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Vita del Santuario > Lettere del Rettore > Da la cetra al le scarpe del Giubileo
L'incapacità
Lo prese tra le braccia e benedisse Dio(Lc 2, 28)
Ho incontrato un vecchio conoscente ma non mi ricordavo le sue condizioni fisiche e nel dargli la mano sono rimasto col braccio teso, perché non aveva braccia. Era solo un moncone squadrato.
Mi era successo di restare in quel modo, di fronte a persone mal disposte nei miei confronti, che avevo prontamente giustificato ma questa volta sono rimasto gelato dall'impatto imprevisto che si rivelava come un bumerang, come l'immagine scultorea di tutte le debolezze e le incapacità del mondo, quelle degli altri e quelle mie personali.
Mi sono ricordato delle riflessioni quanto mai efficaci ed espressive di un Padre Gesuita che aveva trovato un Crocifisso senza braccia.
Mi sono sentito io senza braccia, incapace di rapportarmi con lui ma soprattutto di fronte a Dio e di fronte al mondo.
Tante volte mi sembra di essere senza braccia e senza mani, quando sento fatti gravissimi di debiti, di usura, di insicurezza, di paura!
Altre volte gli altri sembrano senza braccia, quando accolgono con freddezza e indifferenza!
Che ne facciamo delle braccia e delle mani se non siamo in grado di sollevare gli altri dal bisogno!
Le braccia dicono soprattutto l'elevazione, la preghiera ma come potremmo cantare: come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera (Sl 141, 2), nel tuo nome alzerò le mie mani (Sl 63, 5), alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore (Sl 116,13) se non siamo in grado di farlo?
Quell'uomo continuò a capitarmi davanti, mentre l'avrei sfuggito volentieri. Infine si è piazzato in prima fila, durante la Messa e tutta la celebrazione è diventata un confronto forzato con la debolezza.
Pensavo a quante cose non poteva fare quell'uomo.Non poteva accarezzare e abbracciare poiché la mano e le braccia sono l'espressione fisica dell'essere.
Mi ricordavo del figlio di un mio parente che piangeva perché il padre non lo prendeva più in braccio, essendo stato operato al cuore.
Pensavo alle mie incapacità affettive soprattutto dinanzi a Dio, il mio stare di fronte a Lui come uno che non ha braccia, che non impazzisce dal
desiderio di stringerlo fra le braccia, di accarezzarlo, in una preghiera non formale,come Simeone che lo prese tra le braccia e benedisse Dio(Lc 2,28).
Alla mia rigidità affettiva nella preghiera,come un moncone immobile che non ha sviluppato gli arti della tenerezza e dell'abbandono filiale e confidente.
Al mio stare dinanzi a Dio come un oggetto invece che come una persona senza esprimere sentimenti ed emozioni.
Nei rapporti umani la rigidità crea rigidità, irrigidisce, blocca, paralizza ma (per fortuna) dinanzi a Dio nulla vince la Sua tenerezza e il Suo amore e sentiamo sciogliersi in noi il ghiaccio che ci irrigidiva man mano che restiamo al Sole della Sua presenza.
In tante situazioni siamo come persone senza braccia, specie dinanzi al dolore e al bisogno.
Ma Dio non resta mai senza braccia di fronte a noi. Lui è come la moglie di quell'uomo che supplisce alle sue deficienze e gli presta le braccia per ogni cosa.
Il Signore è le nostre braccia, noi abbiamo le braccia di Dio, siamo chiamati ad essere le braccia di Dio.
Siamo le braccia del fratello, il fratello è le nostre braccia, come si esprime poeticamente Giobbe: Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo.(Gb 29, 15)
È meraviglioso integrarsi, scambiarsi gli arti ma soprattutto i doni e le capacità.
Prestare i nostri arti al Signore, farci prestare i Suoi arti mentre stiamo di fronte a Lui come terra riarsa.
Chiedere al Signore che ci doni braccia di riserva per poter supplire all'indigenza del prossimo.
Quell'uomo è l'immagine dell'essere spiritualizzato che ha perso la sua fisicità e materialità, che ha conosciuto l'essenziale e si esprime ormai con Dio, attraverso di Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui.
È una provocazione, per dirci che dobbiamo cristificarci, assumere la forma di Cristo, come il Battista che sente di dover scomparire perché il Cristo cresca, anche noi dobbiamo farlo perché Cristo viva in noi.
Quanto sarebbe bello se man mano perdessimo parte di noi, soprattutto ciò che è negativo, per assumere parte di Cristo. Allora diremmo con Pietro: non solo le braccia ma le mani e il capo.
Perdere i nostri sentimenti, i nostri pensieri, per assumere i sentimenti e i pensieri di Cristo.
Il vertice massimo sarebbe abitare nel cuore di Cristo e avere in noi il Suo cuore. Poter dire con San Paolo: noi siamo il Corpo di Cristo, noi abbiamo il Corpo di Cristo, noi siamo Cristo, Cristo vive in noi.
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