Menu principale:
Vita del Santuario > Lettere del Rettore > dalla PACE
MENTRE SOLCO LE NUBI
La carità di Cristo ci incalza, ci spinge verso … i fratelli. Altri fratelli sconosciuti, di altri mondi, di altri continenti che attendono.
Penso all'Africa dei pionieri, degli evangelizzatori, a coloro che hanno dato la vita per aprire le strade dell'evangelizzazione, a coloro che non hanno resistito alle fatiche degli inizi, ai martiri che hanno fatto fiorire la Chiesa con il seme della loro immolazione.
Dico grazie alla Chiesa "cattolica" perché cattolica e perché apostolica, sempre in cammino, verso ogni uomo.E mi inserisco nella scia luminosa della Chiesa, sempre attiva e dinamica, nella sua universalità e nella sua santità.
Mentre solco le nubi in aereo, verso il Benin, dico la mia fede nella Chiesa una, santa, cattolica, apostolica.
Questa fede è alla base del mio viaggio, che non è turistico, né perdita di tempo, ma un modo di esprimere la mia comunione ecclesiale, la comunione con la mia Chiesa locale, nella Chiesa e con la Chiesa.
Vivo la comunione nella Chiesa che mi ha generato, con le altre Chiese, nella loro tensione verso l'unità, la cattolicità, l'apostolicità e la santità.
Partecipo in maniera privilegiata alla comunione della mia diocesi con il mondo, con i poveri.
Sento vicino ogni cristiano che si impegna, nel territorio, con gli ultimi, sono coloro che vivono la fatica della comunione, e creano unità attorno a loro; forte di questo prezioso patrimonio affronto con gioia una stupenda avventura di comunione.
Sento vibrare in me corde diverse, quella di uomo, di credente, di sacerdote e di responsabile della Caritas, mentre mi avvicino alla meta per l'inaugurazione del reparto di pediatria, piccolo miracolo di amore in un oceano di miseria.
È una grazia poter conoscere un'altra Chiesa, fare comunione con essa, sentire la dimensione cattolica della Chiesa, aprirmi ad altre incarnazioni del Corpo di Cristo.
Penso di andare a godere ciò che altri hanno costruito. Anch'io ho messo la mia piccola parte, ma penso al lavoro di questi anni, ai sacrifici di tanta gente, alle offerte dei bambini, all'impegno delle scuole. Tanti chicchi di grano hanno formato un unico pane.
Compio questo viaggio in piena comunione con tutti coloro che hanno amato, sofferto, gioito per i nostri fratelli del Benin. Vorrei rappresentarli tutti, essere il loro cuore, esprimere i loro sentimenti, essere la loro voce.
UNA SUPPLICA MUTA
Definirei il mio viaggio in Benin come una triplice esperienza: del sacro, della miseria, del dolore.
Ho visto una Chiesa fatta di popolo, di massa, una Chiesa senza preti, ove il popolo di Dio è protagonista. È una Chiesa gestita dai laici. Si riuniscono, pregano, cantano, santificano il giorno di festa.
Una Chiesa giovane, fresca, gioiosa. La domenica è un convergere festoso e rumoroso, da tutte le parti, verso enormi baracche che scoppiano di gente.
Commuove la qualità della presenza, la compostezza, la serietà, il senso del sacro.
Potrei considerare la mia visita come un bagno nella miseria, una miseria indescrivibile e insopportabile che ti trova assolutamente impreparato.
È faticoso resistere. Il mio cervello esprimeva la sua fatica con sonori mal di capo! Ci si domandava quale fosse il limite di demarcazione fra l'uomo e la bestia.
Ho visto tanto dolore, tanta sofferenza. Ho visto anche tanta dignità nel soffrire. Un dolore muto, pietrificato, pesante per il suo tacere.
Il povero è colui che non ha diritti, non ha legge, non ha giustizia, non ha sindacati, non ha difese, non ha avvocati, non è ascoltato, non è preso in considerazione. È peggio che non avere voce. Gridare è inutile. Protestare, con chi' reclamare diritti, quali' giustizia, dove? Farsi sentire, da chi?
Il povero ha imparato a tacere, tanto anche se urla, chi lo ascolta, chi lo sente? Si è fatto muto. Il dolore ha preso l'abito del silenzio. L'unico sfogo modesto e pudico è il pianto. Quando dopo aver fatto decine o centinaia di chilometri, non trova nessun aiuto, piange silenzioso e ritorna a casa, se ce la fa.
I villaggi lacustri sono l'inferno terrestre, concentri di miserie terrificanti. A Lokpo, villaggio ai bordi del lago, ove ho visto le cose più brutte della mia vita, nella "cappella" del villaggio, c'era la gente che provava i canti di Natale.
Riempiva il cuore, toccare con mano che anche in quell'inferno era giunto un messaggio di speranza.
Desidero portare in Europa la supplica muta, timida, e timorosa dei bambini che mi si aggrappavano alle mani e ai calzoni, innalzando verso di me occhi imploranti, spalancati e profondamente espressivi.
Il Terzo mondo è il rovescio della nostra medaglia. Noi conosciamo una sola faccia della realtà. Non ci sono visibili i risvolti della nostra opulenza.
Là i poveri stanno attendendo, in silenzio, ma il loro silenzio grida vendetta al cospetto di Dio che ascolta il grido degli oppressi. Il loro silenzio e la loro pazienza gravano pesanti sule nostre spalle.
Noi europei che abbiamo una cura esagerata dei bambini, non possiamo immaginare in quale situazione disumana vivono i piccoli africani.
Il reparto di pediatri è un gioiello. Qualcosa di veramente bello. È bello anche perché è nostro, frutto di tanti sacrifici e di tanto amore. Frutto dell'Eucaristia e della Carità. È consolante vedere tanti bambini strappati alla morte e pensare che se vivranno lo si deve anche ai cristiani di Acireale. Mi sembra di essere sceso fino alle radici dell'albero, all'azione sotterranea della Chiesa locale acese. È un messaggio di speranza e di pace lanciato in mezzo al grido della miseria.
Non si possono chiudere gli occhi, non si può mettere la testa sotto l'ala, bisogna calarsi il più possibile nella realtà. "Essere cattolico", bella parola in Europa, ma toccare con mano altre realtà può farci vergognare …
Dobbiamo riscoprire, rivalutare e ritrovare il giusto senso dell'essere cattolici, per non essere una menzogna!
Dal mio libro: "Sul torrente Cherit", Gribaudi, Milano, 2000, Pagg. 68-71