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Vita del Santuario > Lettere del Rettore
Le formule di fede
Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore(Gr 15, 16)
Leggevo che i cristiani sanno recitare il Credo perfettamente, sono perfetti nelle formule, ineccepibili quanto alle parole.
Mi ha provocato molto, fatto riflettere e prendere atto che giochiamo con le parole e recitiamo tante belle parole(!!!).
Ci è richiesto un sussulto di coscienza che ci faccia dire: Cosa sto dicendo? Che senso hanno queste parole nella mia vita? È vero ciò che dico con le labbra?
Bisognerebbe trovare un metodo per assaporare le parole, una ad una, entrare dentro le parole. Interiorizzare ciò che le formule ci fanno dire.
Il Gloria contiene parole altissime che potrebbero trasformarsi in programma di vita: Noi Ti lodiamo, Ti benediciamo, Ti adoriamo, Ti glorifichiamo, Ti rendiamo grazie …
È come una scala che ci fa salire a Dio, con gradini di varia misura, per non farci assuefare alla salita.
E poi ancora: Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l'Altissimo: la proclamazione del primo Comandamento, realizzato e metabolizzato in noi.
Quanti anni o quanti secoli potrebbero bastare per realizzare ciò che abbiamo detto migliaia di volte, in maniera fugace e superficiale?
Cos'è il Credo nella nostra vita feriale, nei conflitti dell'esistenza?
"Io credo in Dio Padre Onnipotente, Creatore e Signore di tutte le cose, diciamo in chiesa ma poi quando abbiamo bisogno andiamo da maghi, psicologi, medici, avvocati … non ci affidiamo a Dio Onnipotente.
Diciamo: credo la Chiesa, una, santa … e non ci comportiamo da figli ma da estranei, a volte anche da nemici.
Diciamo: aspetto la Resurrezione e viviamo da disperati, arrangiandoci come se il presente fosse l'ultima frontiera della vita.
Un signore mi confidò che non riusciva a dire tutto il Padre nostro. Al rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori, non riusciva a proseguire perché non aveva assimilato il perdono di Gesù e gli sembrava di condannarsi con le sue mani.
Una ragazza non riusciva a dire il Padre Nostro perché alla prima parola si smarriva nella contemplazione e passava la giornata assorbita dallo gustare soltanto la parola: Padre.
Noi di Padre Nostro ne diciamo tanti, senza cogliere però il programma di vita e il progetto cristiano sull'esistenza che c'è dentro. Durante la recita, nella Messa, a volte, si fa fatica a contemplare ciò che diciamo, perché si gioca a chi arriva prima alla fine, senza nemmeno badare alla punteggiatura.
Anche il segno della croce può essere impeccabile nella forma ma deficitario nella vita.
Non viviamo come meriterebbero l'Offertorio e la dossologia dopo la Consacrazione: il "Per Cristo, con Cristo e in Cristo" che sono perle di contemplazione che contengono un'energia esplosiva per l'essere cristiano.
Il problema è trasformare la recita in contemplazione e sentire lo spessore delle parole come se fossero nuove.
Quante parole diciamo nella Messa! C'è il rischio di diventare impermeabili alle parole, lasciarsele scivolare addosso.
Spesso le persone non ascoltano le parole poiché le hanno imparate a memoria e le recitano meccanicamente.
Noi sacerdoti, a volte storpiamo le formule più ricorrenti.
Quanto sarebbe bello se le parole si trasformassero in scintille per avviare la nostra contemplazione, per smuoverci, scuoterci e trovare Dio dentro le parole, se le parole trovassero efficacia, risplendessero come astri per illuminare il nostro cielo!
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