Santuario del Sacro Fonte della Vena


Vai ai contenuti

Menu principale:


LE CATENE

Vita del Santuario > Lettere del Rettore

Le catene

Infrangerò il suo giogo che ti opprime, spezzerò le tue catene.
(Naun 1, 13)

Un signore mi diceva: "è come se fossi nato in carcere e vivessi in esilio". La frase gli è sfuggita, ho cercato di riprendere il discorso ma ha deviato ripetutamente. Ha fatto intuire che vive una dimensione interiore di divisione e che c'è in lui una doppia personalità.
Pensavo alla condizione dei reclusi senza essere in carcere, reclusi dentro il proprio cuore, nel proprio passato, nella propria storia, dietro le sbarre della vita, con una visione del mondo frantumata, distorta e limitata, dall'inferriata che imprigiona lo sguardo.
Una volta un giovane mi diceva: "Io sono doppio, hai capito, io sono doppio!" e mi trapassava dentro con due occhietti strani nei quali era impossibile leggere.
Io ero impreparato e pensavo che avesse dei doni in più del normale. Quando ne parlai mi dissero: "Doppio? Solo il demonio è doppio. Dio è l'Uno!".
Alcuni hanno una doppia morale, una con la moglie e la famiglia e un'altra segreta. Con la prima fanno la persona per bene in casa, con l'altra vivono la depravazione più assoluta altrove. Sono nella gabbia della perdizione.
Tanti non hanno mai provato l'ebbrezza della libertà, della gioia, della spensieratezza, della purezza ma hanno sempre visto tutto da dietro le grate della dipendenza, del bisogno e dell'istinto.
Non hanno conosciuto il Dio dell'Esodo, della Pasqua, della Risurrezione, il Liberatore e la Liberazione. Il loro cuore brucia dall'arsura ma non possono bere l'acqua della libertà che dà respiro e non assaggiano più altro che l'acqua amara e intossicata della tirannia spirituale.
Hanno bisogno di scrollarsi di dosso l' intruso che si è impadronito della loro vita, che li fa essere doppi senza saperlo e l'invasore che li ha espropriati di tutti i loro spazi e li fa sentire stranieri e profughi in casa propria.
Due persone, due menti, due cuori, due realtà in una, una situazione insostenibile, da scoppiare.

Tanti per uscire da questa situazione si affidano ai maghi che lucrano fortune sulle sfortune altrui. Poi dopo disavventure di tutti i tipi - non solo economiche - con i maghi, cercano il sacerdote.
Costoro sono spugne riarse che richiedono l'acqua della liberazione, un universo di sofferenza nascosta che diventa grido di salvezza.
Una volta al mese facciamo la preghiera di liberazione per queste persone. Tale preghiera ci trasforma in una forza di liberazione e di intercessione. La gente accorre da tutte le parti per unire il dolore, la preghiera e la fede a quelle degli altri e diventare un potenza di lotta e di vittoria.
Nel penultimo incontro si è liberata una signora, dopo nove anni di cammino di liberazione. Durante la preghiera era diventata cianotica, soffocava, aveva come un anello attorno al collo. Poi ha detto che erano le dita di una mano che tentavano di strozzarla. Quando questa mano ha ceduto perché non ha retto alla potenza della preghiera di due sacerdoti e di un'assemblea numerosa e fervente, la persona si è liberata.
Nell'ultimo incontro c'era il segno delle catene. Le persone portavano un pezzo di catena al collo. Un sacerdote, alla porta della chiesa li benediceva e diceva loro: "Nel nome di Gesù, alzati e cammina!". E iniziavano il loro pellegrinaggio verso l'altare ove l'altro sacerdote imponeva le mani, toglieva loro di dosso la catena e li indirizzava ad un'icona del "buon ladrone", un incatenato liberato. Il gesto delle catene era previsto per pochi volontari ma quasi tutti ne sono rimasti coinvolti e c'è voluta un'ora per accogliere tutta questa gente che non aveva vergogna di umiliarsi di fronte a tutti. Non a caso avevamo appena letto il Vangelo dell'umiltà!
Tanti venivano a piedi scalzi, altri camminavano con le ginocchia, altri si prostravano per terra in adorazione.
Il tutto in una compostezza e in uno spirito pregnante di sofferenza coniugata con la fede e la devozione.
Ho contemplato un nuovo popolo dell'Esodo, del cammino verso la Terra promessa e della liberazione. Mi sono nutrito della loro attesa e della loro speranza.
Ho concluso fra me che - come diceva un matto - la scritta "carcere" non è rivolta all'interno ma all'esterno dell'edificio; se le persone sono così sensibili e disponibili, la liberazione è un bisogno immenso che riguarda tutti, più grande di quanto possiamo immaginare.


Home Page | Il Santuario | Vita del Santuario | Photo Gallery | Info e Storico | Link | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu