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Le capre

Vita del Santuario > Lettere del Rettore > da Il Bimbo

Le capre
Siate come capri in testa al gregge(Gr 50, 8).


Osservavo un gruppetto di capre in un recinto di cespugli di acacie, ove il verde si assottigliava e si faceva ogni giorno più alto.
Alzavano le zampe anteriori, si mettevano in piedi, per poter abbassare i rami e afferrare qualche ciuffo del verde rimasto.
Mi offrivano una bella immagine della vita spirituale che inizialmente ci offre il cibo a portata di mano ma diventa sempre più esigente e richiede che impariamo a guardare più in alto e ad aiutarci con tutte le capacità; acquisire agilità spirituale, perdere i condizionamenti della natura, sollevarci in punta di piedi, per essere in grado di afferrare la Parola di Dio che si fa sempre più alta e trascendente.
Il mio bene è stare vicino a Dio(Sl 73, 28), sempre più vicino a Lui che per provocarci alla crescita e aumentare la nostra statura spirituale, a volte, sembra allontanarsi.
La vita spirituale, come un bel gioco, ci aiuta a superare noi stessi e il nostro limite!
Senza fatica, senza "estasi" (cioè senza uscire da sé), c'è la fame spirituale perché il cibo si trova sempre più in alto. Se guardiamo in basso o al nostro livello possiamo osservare il vuoto che abbiamo creato attorno a noi. Solo sopra di noi è la vita, il futuro, Dio, la speranza.
È il superamento di ogni pigrizia, ignavia e rassegnazione: Mi leverò e andrò da mio padre (Lc 15, 18). Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l'aiuto? (Sl 121, 1). Come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava, alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio(Sl 123,1).
La vita spirituale è innanzitutto fatica quindi si sublima in gioia, ogni volta che afferriamo una Parola del Signore o una Sua consolazione e riusciamo a portarla fino a noi, per assaporarla con calma e ruminarla, come le capre, per gustarne la pregnanza e la ricchezza.
Gustare Dio che si fa prossimo e si fa raggiungere per darci la gioia di incontrarlo e stare con Lui.
Potrebbe essere una grazia far fatica a pregare, ascoltare la Parola, accostarci ai Sacramenti, doverci alzare, per afferrare i doni di Dio, sollevare da terra la nostra realtà umana, saltare, per poterli raggiungere a volo come certi frutti difficilmente afferrabili che ci sfidano con la loro bellezza.
Maria ha vissuto e condiviso la nostra difficoltà ad avvicinarsi a Gesù (Cfr. Mt 12, 47; Mc 3, 32; Lc 8, 20) perciò la sentiamo sorella e compagna di viaggio. Nelle nostre fatiche spirituali ci sentiamo sostenuti dalla Sua esemplare condivisione.





Il Signore permette situazioni che ci provocano a una preghiera più alta, con più patos e partecipazione totale di tutto il nostro passato, presente e futuro.
Una preghiera che ci farà uscire dall'acqua che ci giunge alla gola, dalla notte che ci assedia il cuore, dall'aria pesante che ci paralizza i polmoni.
Una preghiera che scaturisce dal costato aperto delle nostre ferite spirituali e dal grido del dolore, come il capretto che cerca l'aiuto della madre.
Una preghiera di sollevamento di sé, di tutto il proprio essere, in cui scopriamo la nostra agilità come di cerve. (Cf Sal 18, 34)
Una preghiera in punta di piedi, completamente sollevati verso Dio. A Te, Signore, innalzo l'anima mia (Sl 86, 4). Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente (Sl 84, 3).
Una preghiera che sia la difesa dai nemici interni o esterni della nostra vita, che ci dia slancio e vigore, per afferrare i rami forti e resistenti della grazia di Dio ove rifugiarci sicuri. Affamati di Lui siamo costretti ad impegnarci per afferrare il cibo solido della Sua Parola e della Sua compagnia.
Una preghiera che sia per noi rifugio sicuro e rifornimento di armi appuntite per difenderci dall'assalto delle fiere. Il Signore permette che esse si accostino a noi per far emergere l'istinto di difesa spirituale, risvegliare in noi la convinzione dell'indispensabilità e irrinunciabilità di Dio e farci vivere i più forti e più bei momenti di ricerca e di uscita dalla disperazione.
La preghiera vince su quei pericoli che ti fanno cavare fuori le capacità di difesa e di arguzia spirituale e risvegliano in noi il guerriero nascosto e sopito.
Quegli attimi di panico che ci fanno fare il salto disperato fino alle braccia di Dio.
Quei momenti di terrore che fanno emergere le nostre capacità sopite di raggiungere l'Irraggiungibile e l'Inafferrabile.
Quelle batoste della vita che ci ricordano di avere un Padre al quale aggrapparci.
Quei temporali improvvisi che ci fanno trovare impreparati ma costringono a inventare una via di uscita.
Quegli assedi che fanno prendere coscienza di essere indifesi capretti fra lupi affamati.
Quelle situazioni che fanno vivere la preghiera più intensa, come quella di Gesù nell'Orto degli Ulivi, che fa sudare sangue e fa bere il calice di vino drogato, fino all'ultima goccia, per corroborarci del sangue nuovo e vivo del Cristo e riempire il calice di letizia, di speranza e di futuro.
Quella preghiera che parte dal vuoto di sé e precede i grandi momenti della luce, dell'affermazione di Dio, che si riversa in noi e riempie le vene collassate con la Sua vita rigenerante e dona respiro ai polmoni oppressi e rinsecchiti.
Contemplo l'Incarnazione, in cui Dio, come albero della vita, abbassa i Suoi rami per giungere fino a noi, per sfamare l'umanità morente per la privazione di Dio, per rispondere a quella preghiera che scaturisce dalla fame insaziabile che 'convince' il Figliol Prodigo a ricercare l'uscio di casa, fa fare i passi meno consueti, più azzardati e irrazionali, i passi del cuore.


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