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Le Braccia

Vita del Santuario > Lettere del Rettore > da Il Bimbo

Le braccia
La tua bontà mi ha fatto crescere (Sl 18, 36)


Un mio amico mi ha fatto osservare la pittura di un giovane che aveva dipinto il ritorno del figliol prodigo, descrivendolo con un abbraccio: il padre era raffigurato con delle braccia smisurate, che circondavano completamente la persona del figlio avvolgendolo in un abbraccio sovrumano.
Mi ha fatto notare che quel giovane, in quel modo, esprimeva tutta la carica affettiva che aveva dentro.
È stato molto illuminante e ha spinto il mio pensiero verso le braccia paterne di Dio che ci raccolgono e ci contengono, avvolgendoci nel Suo amore.
Le braccia rappresentano il dilatarsi del cuore, per superare le nostre dimensioni e giungere alle dimensioni dell'altro; l'andare, il raggiungere l'altro e l'incontro con l'altro.
Le braccia di Dio non hanno limiti, vanno oltre le misure umane, per esprimere una tenerezza infinita.
Bisogna superare il rachitismo e le paralisi spirituali che ci fanno rinchiudere in noi stessi e accorciano le nostre braccia.
Tutti noi siamo impastati di affettività, cresciuti e nutriti dalle braccia paterne e materne che hanno alimentato il nostro essere più del cibo. Meravigliosa, a tale proposito, l'espressione del Salmo 18, 36: La Tua bontà mi ha fatto crescere.
Ma soprattutto siamo stati alimentati sulle Sue ginocchia, dalle braccia paterne di Dio che ci hanno raccolto dai fetidi burroni ai margini della vita e ci hanno rivestito dell'abito bello della Sua intimità.
Basta pensare alle nostre esperienze di rinascita nella Confessione e a tutti i nostri ritorni, in cui il Signore ci ha stretti al Suo petto, ci ha riscaldato il cuore con il Suo abbraccio paterno.
La preghiera è il godimento dello stare, del rimanere nel Suo amore, del riposare nelle Sue braccia rassicuranti che distendono, rasserenano, ristorano.
La nostra vita spirituale è sperimentazione della dolcezza di quelle braccia, ove amiamo sostare, ristorarci e rinvigorirci. È vitale per noi assaporarle, gustarle, nutrirsi del vigore di quelle braccia singolari ove troviamo riparo, rifugio e benessere.
Come cristiani invece, siamo spesso in crisi di astinenza spirituale perché avevamo provato la dolcezza e la tenerezza delle braccia paterne di Dio ma poi, per pigrizia o presunzione ce ne siamo distaccati.
Pensavamo di farcela da soli, di essere autosufficienti e di fatto siamo rimasti inappagati e immiseriti.
Abbiamo conosciuto il pane buono e ci siamo ridotti a mangiare il pane ammuffito. Talvolta accumuliamo arretrati e vuoti di preghiera. Il nostro spirito ne rimane affamato e sottoalimentato.
Anche nella vita sociale a volte non riusciamo ad esprimerci completamente non "rendiamo" come potremmo perché ci manca la linfa vitale della vita spirituale.
Succede anche per l'affettività umana non completamente soddisfatta: tante persone sposate sono una delusione nella professione, perché manca loro l'indispensabile supporto di una vita coniugale che dia respiro al proprio essere, mentre, al contrario, abbiamo mirabili esempi di uomini e donne sposati, completamente realizzati nella professione o nella politica. Il loro successo è il capolavoro nascosto del coniuge che li sostiene discretamente.
Ogni credente porta nel mondo l'energia della vita spirituale che dà le ali al suo spirito e rinvigorisce le ossa inaridite.
Tantissime persone, invece, non hanno mai conosciuto l'amore di Dio, non hanno mai fatto esperienza della paternità e bontà divina.
Mi si raccontava una volta che una signora, alla fine della guerra, quando finalmente la sua famiglia poté disporre di vero pane, fatto di farina, lei bambina, prima di mangiarlo chiese alla mamma cosa fosse. La mamma si mise a piangere dicendo: 'mia figlia non conosce ancora il pane bianco'!
È ancora più doloroso aver conosciuto il Signore, aver fatto esperienza di Lui ma sentirsi lontani da lui e sentirlo irraggiungibile, aver conosciuto il buon sapore del pane della preghiera e provarne l'incapacità e la privazione.
Un'altra persona mi scriveva: "Se il Signore è il padre del figliol prodigo, immenso nella Sua misericordia, io oltre alla parte del figlio perso e ritrovato normalmente ne faccio un'altra nella mia comunità: quella del fratello che con difficoltà manda giù il sentirsi, anche solo per un attimo, messo da parte. Più sono lontana, per pigrizia o indolenza, dalla preghiera, più sono il "fratello" che non riesce a capire e bofonchia le sue frustrazioni. Brutta cosa il protagonismo personale! cosa più incredibile che normalmente, faccia il figlio perso o il fratello di questo, mi sento follemente amata dal Padre e quindi immersa nella Sua misericordia".
Ci salva la nostalgia inguaribile e insaziabile dell'affettività spirituale, l'eterna insoddisfazione delle nostre realizzazioni spirituali, sempre insufficienti di fronte alle profonde esigenze del nostro spirito.
Tante volte il Signore si manifesta nel vuoto di sé, nelle lacrime, nell'indigenza spirituale.
Non ho mai sentito il Signore più presente e vivo nelle anime di quando lo cercano e lo desiderano nella 'disperazione', nella coscienza della lontananza, nel senso del peccato e del fallimento di sé.
Il voler caparbiamente ritrovare le braccia di Dio è già salvezza realizzata: Oggi la salvezza è entrata in questa casa (Lc 19, 9).


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