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Vita del Santuario > Lettere del Rettore
L'altezza
Alzo gli occhi verso i monti …
Resto incantato a contemplare le vette innevate dei monti circostanti, in una Casa di Preghiera del Trentino.
Mi richiamano le parole del Salmo: Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra.(Sl 121, 1 - 2)
Quale esercizio ascetico, quale palestra di vita!
Penso anche a quell'espressione del libro di Daniele: persero il lume della ragione, distolsero gli occhi per non vedere il Cielo e non ricordare i giusti giudizi (Dn 13, 9).
La vita quotidiana fa di tutto per assorbire completamente il nostro sguardo verso le cose della terra e verso noi stessi.
Ma ogni tanto dobbiamo rompere la monotonia e ribaltarci verso il cielo per contemplare l'altra faccia della realtà.
Proiettarci verso l'alto, alzare il capo, andare contro corrente.
Dovremmo sentirci calamitati dalle altezze, provare un'attrazione naturale, essere interamente proiettati verso l'alto.
L'altezza è la dimensione naturale dell'uomo, chiamato a superare se stesso.
Giacobbe che sogna la scala è immagine dell'uomo che ha in se questa proiezione interiore.
Difficilmente guardiamo in basso, nelle valli ma istintivamente puntiamo verso l'alto.
Anche un suono di campane è come una sollecitazione a rivolgere non solo lo sguardo ma tutto se stessi verso Dio.
Il nostro cuore è come il cielo, è sempre abitato da Dio anche quando non ce ne rendiamo conto, così come nel cielo ci sono milioni di astri che noi non percepiamo.
Sopra il grigiore delle nubi c'è sempre tanta luce che non vediamo perché il nostro sguardo non riesce a penetrarle.
Basta salire su un aereo e superare le nubi per essere ammessi in un mondo di luce.
S. Teresina chiama la preghiera un ascensore che ci solleva fino alla braccia di Dio, immagine quanto mai opportuna.
La vita spirituale non si può considerare un possesso, una conquista definitiva ma più opportunamente una nostalgia e un bisogno.
Il cielo che è sopra di noi non sempre ci si rivela stellato e luminoso.
L'importante è aver visto, qualche volta le stelle e sapere che ci sono, anche dietro coltri di nuvole.
Vivere sempre nella luce sarebbe monotono.
L'importante è averla vista, qualche volta, possederla e conservarla nel cuore, nella forma del ricordo e del bisogno.
Il nostro essere si realizza contemplando le altezze.
È un po' come raggiungere un luogo ove sono le nostre radici, le origini e soprattutto ove abbiamo lasciato il cuore.
Ci sentiamo calamitati verso l'alto, un'attrazione che è più forte di noi.
Guardando in alto rispondiamo alle nostre domande inconsce, ai nostri desideri e ai nostri progetti.
L'altezza ci richiama l'oltre, il domani, il futuro e soprattutto l'Altro.
I monti, in tutte le letterature, sono i luoghi della divinità, della spiritualità, delle ascensioni.
Nell' esperienza del credente sono anche i luoghi dei momenti grandi di Dio e dell'uomo come nella Bibbia.
Anche per noi le salite sui monti sono i momenti indimenticabili e incancellabili, per la corrispondenza e la proporzionalità fra le fatiche, il sudore, la stanchezza della salita e il godimento dell'arrivo e della scoperta di un mondo più alto e più bello.
Nell'altezza tutto cambia: la prospettiva, la visione, la proporzione e la dimensione.
Dall'esperienza della salita possiamo trarre tanti insegnamenti e paralleli con la vita spirituale che difficilmente potrebbe trarre più luce che da una scalata nelle alte quote.
Siamo chiamati a salire, ad arrampicarci sulle rocce rigide del nostro cuore, passo dopo passo, chiodo dopo chiodo, fatica dopo fatica, per giungere alla vetta di Dio.
Non c'è incontro con Dio ed esperienza spirituale senza un esercizio costante e metodico di ascesa che ci fa andare oltre e sopra tutte le acquisizioni raggiunte e le evidenze quotidiane e ordinarie.
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