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Vita del Santuario > Lettere del Rettore > da Liberare il Silenzio
La stravaganza
Quand'ero ragazzo, mi piaceva camminare sui bordi delle stradine di campagna, ogni tanto le pietre cedevano o mi scivolavano di sotto i piedi e cadevo giù con esse o rischiavo continuamente di farlo. Mio papà mi ammoniva di stare attento e non capiva questa manìa di stare ai bordi, alla periferia, all'estremo del vivere.
Oggi capisco che in fondo quel modo di camminare esprimeva il desiderio di uscire dai confini e dai limiti, di godere l'ebbrezza degli angoli remoti e non praticati della vita e della storia, dell'essere se stessi, dell'esprimere una singolarità personale, una sana diversità, una novità di vita.
Gesù è la più bella,la più riuscita stranezza,al di fuori da ogni schema precostituito e da ogni attesa,la sorgente di ogni stravaganza evangelica. Non cammina sul terreno già preparato ma sa lanciarsi al di fuori di ogni siepe protettiva. Non cerca il Padre per una propria realizzazione ma si espone al di là di ogni sicurezza e di ogni sentiero già percorso.
Apre strade nuove, è nuovo, fa cose nuove, incarna la novità di Dio, spalanca i cuori di morte come il suo sepolcro.
Gesù è lo stravagante di Dio, il mandato fuori, l'inviato, il nuovo Abramo che esce dalla sua terra e il nuovo Mosè, inviato dal faraone; e lo stravagante degli uomini: l'emarginato l'uomo del dolore che ben conosce il patire (Is 53, 3).
La sua stravaganza più radicale è la grotta e la croce: nato e morto fuori le mura, esposto,nudo sulla croce,fuori anche dai suoi vestiti oltre a non avere ove posare il capo.
Si presenta al di sopra della legge, del formalismo, del fanatismo e delle tradizioni degli uomini; al di sopra dei precetti: Il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato. (Mc 2, 27) Chi non ha peccato (Gv 8, 7).
Al di fuori di ogni comodo, quieto vivere e paura, sconfessa le false sicurezze che nascondono la profanazione della legge e del Tempio, per reclamarne i diritti e i doveri.
È il soggetto, l'oggetto, la fonte e la meta della tradizione. Fa la tradizione, insegna e invia, ed è il contenuto, il nocciolo di ogni vera tradizione che non può essere mai una scatola vuota, un modo di fare, ma il motivo, la causa, la ragione, il fine, il nome di ogni azione e di ogni tradizione religiosa.
Riempie la tradizione e ne assume su di sé il senso, come riempie di vita il sepolcro facendovi esplodere la luce e svuotandolo di ogni significato di morte.
Vivere veramente il Vangelo è la più grande stravaganza, come contestazione del mondo e dei suoi valori.
Il cristiano, come Cristo è un uscito dal sepolcro dell'io e dell'egoismo, dal proprio passato negativo, che si apre alla scoperta del Vangelo. Ha il cuore pieno che trabocca di Cristo, di speranza, di entusiasmo, di vita.
Lazzaro vieni fuori (Gv11,43) è l'immagine plastica della chiamata alla stravaganza evangelica. L'uscire fuori dal minimo, dal contagocce, dal compromesso, dal ricatto, dal nostro quotidiano risuscitare dai morti.
Gesù non si lascia tarpare le ali, intrappolare dalle tentazioni del deserto, ma ne resta del tutto estraneo, vincitore. Sul monte offre agli apostoli una esperienza forte che li apre alla luce di Dio, oltre la palude del quotidiano (la Trasfigurazione).
Vede e va oltre una storia di adulterio, parla da solo con la donna, samaritana, creando, oltre lo scandalo una verginità evangelica inattesa e stupefacente. Va oltre i confini, i vincoli e i recinti familiari: mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola (Lc 8, 21). Si perde agli occhi dei genitori per affermare legami più impegnativi.
Come prete gioisco nel cogliere semi di stravaganza nelle coscienze dei fedeli, quando aprono il loro spirito e fanno emergere i germogli di novità che stanno spuntando dal gelo dell'inverno. È un vero godimento.
Ci sono anime immobili, stabili, compiaciute di sé o radicate nel limite ma ci sono tanti altri che senza accorgersene, presentano il prato verdeggiante della loro primavera spirituale. Mi è caro pensare alla Missione di ognuno come il coraggio di abbracciare la stravaganza e alla Missione e alle Missioni della Chiesa come la più bella stravaganza di Gesù e del Vangelo.
Gesù non vuole seguaci spiritualmente sedentari: li vuole in movimento sulla faccia della terra. Ogni cattolico veramente fedele al Vangelo deve essere missionario. (Paolo IV)
Chi sa fare discorsi nuovi, esce dalla cecità, dalla caligine, dal buio, è l'immagine vivente della stravaganza di Gesù, origine e fonte di ogni stravaganza: una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo (Gv 9, 26). Ecco io faccio una cosa nuova (Is 43, 19). Io faccio nuove tutte le cose (Ap 21, 5). Vi darò un cuore nuovo (Ez 36, 26).
Credere è uscire dalla mentalità e dai valori del mondo e rifarsi a valori alternativi. Il cristiano in sé è uno stravagante, che ha il coraggio della diversità evangelica.
Sperare è porre il cuore al di là dei confini dell'ovvio e dello scontato, piantare la propria tenda oltre le mura del presente: questa vedova, povera, ha messo più di tutti, tutto ciò che aveva per vivere (Lc 21, 3).
Amare e perdonare è il superamento delle misure della ragione e del dovere,la scommessa radicale della gratuità per Dio: neanche io ti condanno, va, e non peccare più (Gv 8, 11).
Gesù si reca fuori dalle mura, per passare le notti in preghiera. Amare, cercare, entrare nella preghiera è la più piacevole e soddisfacente stravaganza. La solitudine e la preghiera è uscire dal mondo per cercare Dio: Chi mi darà ali come di colomba per volare e trovare riposo? Ecco, errando fuggirei lontano, abiterei nel deserto. Riposerei in un luogo di riparo dalla furia del vento e dell'uragano (Sl 55[54], 7 - 9).
La stravaganza è bella come è bello Gesù, è la sequela del suo fascino, della diversità, dell'originalità, della novità. Dobbiamo amarla quanto e come amiamo Gesù.
Soprattutto dobbiamo essere capaci di uscire dai nostri schemi, dalle nostre vedute, dal nostro modo di vedere, per lasciarci toccare e scalfire dalla stravaganza e dall'eterna originalità e novità di Gesù.
Johan Baptist Metz indica il clima attuale con le parole: 'Religione sì, Dio no'. Forse per esprimere la difficoltà di uscire dal guscio ove ci rifugiamo, in una religione di compiacimento e non di scommessa: a nostro uso e misura.
Il credente anziché stare a piangere per ciò che muore, gode e gioisce per ciò che nasce, per ciò che è nuovo e offre al mondo la gioia e i frutti della contemplazione della novità di Dio nella sua vita. (Don Carmelo La Rosa)