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LA SOLIDARIETA' DELLA GIUSTIZIA

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LA SOLIDARITA' DELLA GIUSTIZIA


Tornando dal Benin mi sono ritornate alle orecchie le parole di san Pietro: "fratelli siate temperanti, vigilate … "
Di fronte alle miserie in cui versano tanti fratelli noi siamo profondamente provocati. Siamo spinti a ritrovare un modo di vivere sobrio, austero, essenziale, uno stile di vita cristiano che non offenda la povertà del prossimo. È una questione di coscienza e di coerenza.
Non si tratta di dare ma di essere. Potremmo dare molto senza condividere niente, senza cogliere la lezione dei poveri. Potremmo essere simili a coloro che erano soliti andare nelle stamberghe delle periferie in pelliccia, a portare caramelle e cioccolatini a coloro che non avevano da mangiare, continuando a restare dall'altra parte della barricata senza infrangere le barriere.
Non avevo mai visto tante pellicce insieme, di una varietà sorprendente e divertente, fin quando non partecipai a una conferenza sui poveri: una sala enorme di un grande albergo, gremitissima di signore in pelliccia.
Possiamo parlare all'infinito dei poveri, i nostri discorsi non scalfiranno la realtà. Una carità disincarnata fa comodo ai potenti, ai responsabili e alle nostre coscienze alla ricerca di facili alibi.
Il samaritano ci insegna a scendere da cavallo, a metterci sullo stesso piano di chi ha bisogno.
È necessario cogliere il messaggio e la provocazione della povertà. I poveri ci aiutano a vivere, a scoprire l'essenziale, il superfluo.
Dobbiamo vigilare, essere desti, per non cadere nelle trappole allettanti della vita quotidiana.
In una società con profonde lacerazioni sociali, il cristiano incarna l'amore dell'essenziale e del trascendente, sapendo usare di tutto nella misura di "tanto quanto basta": "tutto è vostro ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio".
Il di più del giusto e di ciò che è strettamente necessario è materia di carità e di condivisione, o … di confessione.
Bisogna fare il salto "dalle solidarietà corte dell'assistenza, alle solidarietà lunghe della giustizia e dell'impegno politico"(Giovanni Paolo II)
UNA CHIESA GIOVANE
Ho avuto la possibilità e la gioia di ritornare in Benin. Ho accolto con gioia l'invito della Caritas Italiana poiché dava la possibilità alla nostra Chiesa locale di rendersi presente ancora una volta in quella terra. Così ho espresso
l'amore della Chiesa ad uno dei paesi più poveri del mondo.
È stata un'esperienza veramente esaltante poiché ho incontrato parecchie comunità religiose italiane ed europee. Ho toccato con mano la freschezza della presenza missionaria della Chiesa italiana in quel paese. Ho visitato ottimi servizi della Chiesa nel territorio.
Ho toccato con mano la stima per la Chiesa cattolica, per i missionari, per le opere della Chiesa e per Zinviè, la nostra missione camilliana.
Questa volta ho visto Zinviè dal di fuori, oltre che dall'interno, ho colto cioè la stima, la simpatia delle autorità, della gente, dei missionari, delle guardie alla frontiera. Zinviè è una parola magica, si illuminano i volti, si aprono le porte, si ottengono i lasciapassare, si superano i controlli.
Tutti conoscono Zinvié poiché è l'unica struttura ospedaliera efficiente del sud del Benin,al nord c'è un'ospedale dei Fatebenefratelli;due ospedali della Chiesa, le uniche strutture sanitarie nelle quali la gente ha fiducia.
Ho visto la miseria in volto. Dalla visita precedente, in due anni, il paese ha fatto un salto nel vuoto, è irriconoscibile. Una crisi economica senza precedenti ha portato il paese sull'orlo del collasso economico. I missionari sono con l'acqua alla gola. Si fatica a far giungere aiuti. Alcune organizzazioni internazionali si sono tirate indietro. Le Catitas locali non riescono più ad offrire i servizi ordinari già garantiti.
Abbiamo visitato la zona paludosa, una vasta fascia del paese che vive ai bordi o in mezzo alla fanghiglia della palude, un situazione subumana. Paesaggi e situazioni da sogno, tutte da scoprire.
Con le piroghe spinte a mano, ci si inoltrava nelle pieghe cella palude, per incontrare villaggi interni che ci attendevano, che ci facevano vivere esperienze intraducibili di accoglienza, di festa e di Chiesa.
Si partiva accompagnati dal canto: "Che il Signore vi accompagni fino al vostro ritorno a casa e quando sarete arrivati, ricordatevi di noi", un canto che martellava nelle nostre orecchie.
Non è facile tradurre che cosa sia Chiesa, preghiera, festa, celebrazione, comunità, con riscontri della nostra esperienza di origine. È un altro modo di fare, sentire, essere Chiesa, tutto condito dall'entusiasmo e dalla freschezza di una Chiesa giovane.
Vedere sempre chiese gremite di uomini,di giovani, celebrazioni festose,folle di persone che chiedono il battesimo,di catecumeni,catechisti impegnati, laici pienamente responsabili,ci dà un'idea concreta di cosa vuol dire che il regno di Dio è in mezzo a noi e di una vitalità della Chiesa al di sopra della nostra immaginazione. Ci riempie di fiducia e di speranza e ci responsabilizza sul nostro dovere di sostenere il cammino e la fatica dell'annuncio del Vangelo e della testimonianza evangelica.

Dal mio libro: "Sul torrente Cherit", Gribaudi, Milano, 2000, Pagg. 73 - 75


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