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Vita del Santuario > Lettere del Rettore > da Il Dono
La pelle
Il risvolto della nostra vita
Nella chiesa di S. Martino in Randazzo c'è un quadro di San Bartolomeo che viene scorticato vivo. I visitatori sono colpiti dalla durezza dell'immagine e chiedono notizie. È un martirio quanto mai crudele, un fare all'uomo ciò che si fa all'animale anche se - che io sappia - gli animali si scorticano morti.
La pelle è una delle parti più delicate del corpo e penso anche particolarmente dolorose, ce ne rendiamo conto quando siamo soggetti a infezioni, per il disturbo che arrecano e la lunghezza delle cure e delle attenzioni che richiedono.
L'immagine però richiama la mia attenzione su una pelle da cambiare, fatta di abitudini, accomodamenti, assuefazioni, spigolosità di carattere, difese, paure …
Per persone incallite nel vizio, nelle abitudini o nel proprio egoismo, per persone intrattabili, non malleabili, che sanno resistere a ogni provocazione esterna, si dice che hanno la pelle dura.
Siamo, a volte, gelosi della nostra pelle, la difendiamo, diamo la colpa alla pelle degli altri. Forse il vero martirio è il coraggio di rinnegare la nostra pelle, come dice Gesù: chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso(Mt 16,1), abbia il coraggio di contrastare la propria pelle.
Cambia forse un Etiope la sua pelle o un leopardo la sua picchettatura? Allo stesso modo potrete fare il bene anche voi abituati a fare il male? (Gr 13, 23). Giobbe ci ricorda che cambieremo pelle con la morte: dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio (Gb 19, 26) ma potrebbe essere troppo tardi.
Nelle campagne, può capitare di incontrare la pelle vuota delle serpi, che si spogliano della loro pelle, mettono pelle nuova. È difficile che ci capiti di incontrare in giro la pelle di qualche cristiano, desideroso di lanciarsi in un futuro diverso.
La pelle ci richiama anche la superficie, un livello epidermico di vivere, credere ed essere, la superficialità, l'assenza di profondità, di interiorità, di spiritualità. Ci fa pensare ai rimproveri di Gesù: pulite l'esterno del bicchiere e del piatto mentre all'interno son o pieni di rapina e d'intemperanza … rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità (Mt 23, 25. 27 - 28). Ci richiama una religiosità di facciata, di apparenza e di forma.
In alcuni c'è il bisogno di apparire, nelle manifestazioni religiose, di rivestirsi, di coprirsi. Purtroppo anche uomini di chiesa si rendono ridicoli nella loro 'vanità', anche sull'altare. Di fronte a persone non coinvolte profondamente dal fatto religioso, ci si può chiedere: per coprire o per nascondere che cosa?
Leggevo di una signora che conoscendo la cerchia di frequentazioni del marito si lamentava nel riconoscere i massoni della sua città che sfoggiavano abiti "religiosi", tutti composti, messi in fila, dietro la processione del Corpus Domini!!!
A volte anziché cambiare pelle si può correre il rischio di mimetizzare la propria pelle, come i camaleonti o addirittura sovrapporre più pelli per essere presenti ovunque, non dispiacere nessuno, esponendo la pelle del momento.
A un commerciante, in Albania, chiesi come mai avesse solo roba proveniente dalla Turchia e non anche della Grecia, dall'Italia … mi rispose che non c'erano problemi perché lui poteva far mettere la targa di provenienza che si desiderava, a seconda delle richieste.
L'immagine della conversione è un cambiare pelle, dismettere la pelle del passato, per rivestirsi di Cristo (Cfr. Rm 13, 14); dell'armatura di Dio(Ef 6, 11); di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza (Col 3, 12); di umiltà gli uni verso gli altri (1Pt 5, 5); della sua pelle, per stare dentro la pelle di Gesù.
La vita di fede è questo spogliare se stessi, come Gesù che spogliò se stesso (Fil 2, 7), questo tentativo mai interrotto di togliersi la pelle di dosso.
Mosè ci insegna che ogni vero incontro con Dio, nella preghiera e nei sacramenti, ci cambia la pelle: non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui… ebbero timore di avvicinarsi a lui. Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. (Es 34, 29.30.35)
Ci sono espressioni proverbiali che fanno riflettere: non stare nella propria pelle, (per un'esplosione di gioia): Maria nell'Annunciazione, Elisabetta nella Visitazione, Simeone ed Anna nella presentazione al tempio…
Guardarsi o salvarsi la pelle: il giovane ricco, custode geloso della sua pelle o il servo infedele che sotterra il suo talento.
Un missionario, dopo 50 anni di Missione in Africa, concludeva che aveva dato tante cose: il Vangelo, medicine, mezzi materiali, istruzione, la vita… Tutto non bastava perché loro volevano la sua pelle, nient'altro che la sua pelle. Cioè un amore fino al sacrificio, al martirio, alla morte, li amò fino alla fine (Gv 13, 1). Dare la pelle è la forma di ogni vero amore: coniugale, di donazione, di amicizia, di paternità.
Bisogna essere capaci di rivoltare la nostra pelle come si fa per un calzino. Un amico mi raccontava che aveva vissuto la sua più bella confessione, in Africa. Di fronte alla miseria, aveva reagito rivoltandosi completamente come un calzino.
Un altro amico venne a trovarmi in un momento delicato della sua vita. Dopo il suo sfogo, ci siamo messi a pregare. Poi gli ho chiesto se voleva l'assoluzione ma lui piangendo e gridando, ripeteva "no, l'assoluzione no, non ne sono degno, non la merito". Si era scorticato con lacrime di dolore ma non si sentiva degno del dono di Dio. Di fronte a tale manifestazione del dolore per il proprio passato, non si può non pensare alla pelle che ci teniamo cara, difendiamo, giustifichiamo, custodi gelosi di un soggettivismo che ci impedisce di respirare.
Temo, a volte, che la mia dimensione spirituale rischi di ridursi a un semplice contatto di sfuggita. Dio chiama, attira ma gli diamo solo la corteccia, la pelle, il resto lo custodiamo gelosamente, per noi, soprattutto il cuore, l'amore. Evitiamo di avvicinarci, di legarci e unirci a Lui. Restiamo terrorizzati e smarriti, sulla riva. Il nostro spirito reclama però che cogliamo l'invito dell'Amante, sciogliamo resistenze e freddezze e ci lasciamo sedurre. Mi hai sedotto, e io mi sono lasciato sedurre, mi hai fatto forza e hai prevalso (Gr 20, 7). Signore non solo i piedi ma anche le mani e il capo (Gv 13, 9). Voglio perdermi nell'immensità, nel mare grande del Tuo amore.
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