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La pecora e il pastore

Vita del Santuario > Lettere del Rettore > da La corda e il secchio

La pecora e il pastore

Raggiunti dal mistero dell'Amore


Dal riconoscimento di Gesù, nelle pieghe della vita, nella nostra Emmaus feriale e quotidiana, all'intimità, alla confidenza con Lui. Non basta incontrarlo e riconoscerlo, bisogna fare della vita un incontro gioioso con Lui; stringere con Lui un rapporto leale e un'amicizia profonda, un legame per la vita; correre dietro a Gesù perché ci conosce singolarmente, ci chiama per nome, scommette la sua vita per la nostra salvezza. Il nostro rapporto con Lui è personale, non di massa, inscindibile, indivisibile. Non possiamo vivere senza di lui, senza la Sua mano sulla spalla, i Suoi occhi nei nostri, senza il suo sorriso e la Sua parola che trasmette sicurezza. Vivere alla Sua ombra, vicino a Lui, con Lui e per Lui: il riferimento, l'approdo e la stabilità. L'importante è che Lui ci sia, noi Gli giriamo attorno e ci sentiamo protetti dal Suo sguardo di amico.
Il Vangelo del buon pastore ci illumina sul nostro rapporto con Dio e con l'altro. Non siamo un numero, uno della serie, volti amorfi e insignificanti, individui a fascio o a mucchio, come un mucchio di pietre amorfe, da rotolare.
C'è da dire che anche le pietre possono riuscire a parlare agli spiriti sensibili. Anche in esse possiamo trovare una forma, un volto, un messaggio e un linguaggio. Gesù ha ammonito infatti che se non parliamo noi, parleranno le pietre!
Ci sconvolgono certe espressioni del Vangelo: Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore ciascuna per nome…Le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce.
La persona è una, come il pastore è uno e il gregge è uno, così come Dio è uno. La persona è una nella sua comunione di cuore, mente e corpo, come la Trinità è una. Spicca l'unicità e la singolarità della persona che è valorizzata quanto il tutto (il gregge), al punto che il Salmista afferma: preziosa agli occhi del Signore è la morte del suoi fedeli.
È il modo semplice della pedagogia di Dio di spiegarci l'Amore, di condurci alla comprensione del Dio Amore. L'Amore accoglie l'altro-persona, nella concretezza, così com'è, non esclude l'altro e non esclude nulla dell'altro. Lo accoglie nella sua totalità e interezza. L'altro è un altro cioè una persona completa che l'amore riconosce come entità in grado di dialogare, di rapportarsi. Nell'amore, accogliamo il volto dell'altro, il suo passato e il suo futuro.

Amare è farsi altro, dare all'altro un altro, togliere l'altro dall'isolamento e dall'individualità, aiutare l'io dell'altro ad aprirsi.
Certe persone, in alcuni momenti, non riescono ad esprimere un volto, non guardano negli occhi, non si fanno guardare. C'è da chiedersi se l'altro non ha volto o se noi non vediamo il suo volto. Se l'altro non è capace di manifestarsi a noi. Se il suo disagio è limitato a noi.
L'amore recupera, fa ritrovare, dona un volto ad ognuno. Toglie dall'anonimato e dall'insignificanza e trasforma le persone in partners, referenti, in un altro per me.
Capita di trovarci, a volte, a gestire tentativi di rapporti ambigui di persone che vogliono sorpassare conflitti e disagi relazionali, con un eccesso di affettuosità che si manifesta improvvisata e maldestra, nel tentativo inconscio di negare anche a se stessi comportamenti scorretti; per sopravvivere al disagio, difendersi e mascherare la difficoltà del rapporto con l'altro.
Forzando un po' penso che Giuda forse ha espresso il suo tradimento con un bacio, per mettere a nudo tanti modi impropri di rapportarsi con l'altro.
Il rapporto esige trasparenza, nel cammino della chiarezza, non dell'ambiguità che crea danni maggiori. L' "amore" non può essere una finta, una maschera o un coperchio sull'incognito ma un aprirsi delicatamente al tu dell'altro.
Con facilità ci identifichiamo nella figura della pecora e gridiamo il nostro diritto di essere cercati, quando siamo nella difficoltà di rapportarci con qualcuno ma il Vangelo non è stato scritto per creare alibi, paraventi, diritti frustranti, corpi contundenti o frecce per colpire. E non è stato scritto per l'altro e per la sua conversione ma esclusivamente per noi e la nostra conversione.
È anche comodo identificarsi col mite agnello, mansueto ma potrebbe essere più proficuo cominciare col confrontarsi con la figura del lupo che è più inafferrabile e irraggiungibile e richiede quindi un supplemento di amore. Anche il lupo è recuperabile per Dio. Quanti lupi rapaci, nella Storia della Chiesa, sono stati trasformati dalla Grazia, in miti agnelli! San Paolo Apostolo insegna, come il primo della serie.
Partendo dai gradini bassi dei nostri rapporti umani, e dalla storia dei nostri incidenti di rapporto, contempliamo la nostra graduale crescita e maturità nel relazionarci con Dio e con gli altri e restiamo sbalorditi dalla contemplazione del modo altissimo di rapportarsi di Dio con noi.

(Don Carmelo La Rosa)

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