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Vita del Santuario > Lettere del Rettore > da Il Dono
La luce
Abbagliati dalla Resurrezione
Un giovane che tende con facilità a cadere in depressione, mi ha detto che fa fatica nel frequentare la sua parrocchia perché da qualche tempo è retta da un gruppo di sacerdoti che si ispirano al Crocifisso e in tutte le loro prediche non fanno altro che parlare di Gesù Crocifisso.
Mi diceva: "ma Gesù è risorto!" Mi sono messo nei suoi panni e nella sua esigenza di sentire parole generatrici di gioia e di speranza e l'ho visto boccheggiare, nella sua comunità, come in "terra deserta, arida e senz'acqua". (Sl 63, 2)
Da un certo punto di vista sono ammirevoli questi sacerdoti, perché mi richiamano S. Paolo che diceva: "Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella Croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo." (Gv 6, 14)
Ma anche San Paolo non è partito dalla Croce, dalla Passione e dalla morte di Gesù ma è stato introdotto direttamente attraverso la porta luminosa della Resurrezione che era tanto luminosa da rimanerne accecato. S. Paolo ha fatto un cammino a ritroso: ha conosciuto il Cristo Crocifisso e valore della Croce, attraverso la luce della Resurrezione.
Non è detto, invece, che tutti coloro che si imbattono continuamente, volenti o nolenti, in considerazioni su "Gesù Crocifisso" tendenti a giustificare con Esso ogni tipo di sofferenza, giungano alla luce della Resurrezione, ne è prova il fatto che tanti che si dicono cristiani, dichiarano di non credere in Gesù Risorto e nella Sua Resurrezione e non sperimentano la gioia vera cristiana nella loro vita.
È molto impegnativo riuscire a comunicare la luce del Risorto, è necessario prima averne fatto l'esperienza.
È più facile capire e coinvolgersi nel mistero del dolore del Signore poiché il dolore è accovacciato alla nostra porta (Cfr Gn 4, 2) e tutti ne facciamo esperienza diretta o indiretta.
Quel giovane mi ha posto di fronte al grido di dolore che c'è nel mondo privo di speranza, al vuoto, alle attese, alle domande inespresse della gente che soffre e desidera l'annuncio di una via di uscita. Mi ha fatto pensare al brano di Isaia: "Alzati e rivestiti di luce, perché viene la tua luce… la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli" (Is 60, 1- 2). Non è molto cambiato il mondo dal tempo di Isaia…
Sono esigenze di luce che spingono le persone a venire in chiesa, perchè ci sono nebbie fitte in molti cuori che hanno bisogno di essere diradate dalla speranza.
Quella di quel giovane era una voce critica sul nostro dovere di annunciatori della gioia chiamati a sollevare le persone, soprattutto le più ripiegate su se stesse, quelle più incattivite e inacidite dai colpi di sventura.
Se si riuscisse a dare anche ad esse la Buona Notizia le si farebbe uscire dalla fetida, infetta e intossicante cattiveria, dalla via buia e senza uscita, dal vicolo cieco del peccato in cui forse il dolore le ha infossate.
Mi ha fatto venire in mente i tanti racconti di sofferenza e di dolore che le persone vengono a poggiare sul nostro cuore perché li condividiamo, mettendo la nostra spalla sotto la loro croce e soprattutto li portiamo al Signore nell'offertorio della Messa.
Quando si predica, bisognerebbe conoscere le parti doloranti di chi ascolta per usare i balsami e le medicine appropriate al disagio.
Oggi la gran parte di persone che ci ascolta è a noi sconosciuta perché molti non si confessano più. Ci sono anche sacerdoti non troppo disponibili alla confessione. Molti credenti poi girano da una chiesa all'altra, sono occasionali non "fedeli" sedentari e noi preti, non conoscendoli, rischiamo di parlare solo alle loro teste, senza condividere ciò che portano nel cuore
Non conoscendo bene le persone, non soltanto non siamo in grado di stare vicino al loro vero bisogno ma possiamo cadere anche noi in errori madornali purtroppo non infrequenti …
Senza l'esercizio del ministero della confessione noi sacerdoti siamo come i medici che non visitano i pazienti e si riducono solo a scrivere le ricette di routine senza sapere se sono davvero necessari e adeguate al loro bisogno i farmaci richiesti e prescritti.
Vorrei poter incontrare prima le persone che vengono a Messa, cercare di scambiare qualche parola, di stringere loro la mano, di guardarle in viso, per esorcizzare l'anonimato e creare almeno un embrione di comunità nel momento in cui devo "presiedere l'assemblea liturgica", ma non è sempre facile purtroppo.
La luce delle risurrezione deve invadere le nostre comunità e le nostre assemblee per creare rapporti luminosi e trasparenti e deve essere la dinamica di ogni nostro gesto e di ogni nostra parola in assemblee di risorti, di rinati, di convertiti, di persone gioiose che riescono a trasmettere spinte di vita e a sollevare le persone appesantite dalla loro Croce.
Non basta certamente parlare di risurrezione solo nelle prediche ma tutto deve proclamare quella meravigliosa verità di fede: i nostri volti, i rapporti, il sentire, la gioia di stare insieme, la capacità di accogliere, i nostri ambienti, l'ordine, la bellezza, la capacità di creare stupore, la freschezza dell'essere e del vivere.
La Risurrezione deve essere la chiave di lettura per decifrare ogni nostro gesto, le nostre persone, il nostro essere e soprattutto il nostro credere. Oltre ad essere il punto di arrivo deve essere, come in San Paolo, il meraviglioso punto di partenza, il bandolo della matassa della nostra vita di fede.
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