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La Lode

Vita del Santuario > Lettere del Rettore > Da la cetra al le scarpe del Giubileo

La lode
Forgeranno le loro spade in vomeri(Is 2, 4)


Mentre attendevo, in una strada, è passato un uomo giovane, dall'aspetto disordinato che indicava un malessere accentuato, che ha attraversato la strada, da cima a fondo, con una sequenza di bestemmie, ad alta voce e un frasario religioso circostanziato e alla rovescio che faceva atterrire e rabbrividire.
Mi sono sentito un nulla, sotterrato da quei terribili colpi contundenti che scarnificavano l'essere e offendevano il creato.
Immediatamente è uscita una signora, era pallida e guardava intorno, per vedere da dove proveniva quella voce infernale.
Ho pensato alla strada, contenitore e crocevia di vita e di morte, di bene e di male.
Di cosa potrebbe essere testimone la strada! Quanto bene sulle strade, il bene della natura e dell'uomo!
La natura tenta in ogni modo di rallegrare il cuore dell'uomo, di addolcirlo, di medicare le sue ferite.
La strada è testimone delle più grandi brutture e violenze, rivestita non solo di fiori ma anche lastricata di bestemmie.
In Missione, vennero degli operai italiani, per realizzare una piccola chiesa prefabbricata. Il loro capo era un gran bestemmiatore. Quella chiesa mi è costata sangue!
La strada, a volte si sente complice, dissacrata, sporcata. Preferirebbe chiudersi in se stessa, per evitare di diventare scenario di nefandezze. Come la leggenda dell'ulivo che si è contorto per evitare di essere utilizzato per realizzare la Croce.
La strada in sé è strumento di comunicazione, di incontro, di comunione, è fatta per la pace e rappresenta la nostra vita che è un andare verso Dio e verso il bene.
La vita, a volte, ci riserva terribili pugnalate al cuore, alla nostra sensibilità, soprattutto alla nostra sensibilità religiosa.
Più grande è la nostra sensibilità e maggiore è la sofferenza.
Nel passato gli asceti si flagellavano ma oggi basterebbe vivere certi colpi mancini della vita, con i relativi contraccolpi, come l'offerta di una mortificazione, di una penitenza, di una flagellazione spirituale.
Il bene di Dio e della Chiesa sono il nostro bene. Ciò che è offensivo per Dio, offende anche noi nel profondo. I colpi inflitti alla Chiesa ci feriscono nell'intimo come le sofferenze della madre.
Possiamo misurare l' appartenenza a Dio e alla Chiesa con la capacità di soffrire, di sentire nostro tutto ciò che è loro, poiché a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo; ma anche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta che mi avete veduto sostenere e che ora sentite dire che io sostengo.(Fil 1, 29 -30).
Se amiamo il Signore e la Chiesa acquistiamo la capacità di soffrire perché la nostra vita si rende indivisibile da Dio e dalla Chiesa.
È esaltante avere il dono di soffrire per Cristo, con Cristo e in Cristo e di partecipare alla vita della Chiesa, collocandoci al cuore dei suoi vissuti, al centro, nella condivisione delle sue croci.
Non si può restare indifferenti di fronte agli attacchi alla Chiesa e ai suoi ministri poiché sappiamo bene che si danno calci al cane per l'impossibilità e l'incapacità di colpire il suo padrone.
Se ne restiamo indifferenti o quasi ci compiacciamo, abbiamo un test significativo del nostro essere Chiesa.
Di fronte al peccato, ai difetti e alle contraddizioni della Chiesa, non riusciamo a restare indifferenti, offriamo il nostro contributo di sofferenza.
Il peccato della Chiesa è nostro, lo viviamo sulla nostra pelle, lo soffriamo come nostro, come per le disavventure familiari.
Forse il Signore permette certe cose per verificarci, misurarci, provocarci a una appartenenza alla Chiesa non solo formale ma effettiva ed affettiva.
Certamente gradisce la nostra risposta d'amore che trasforma l'odio in amore, il male in bene e la bestemmia in lode.


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