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Il Volto

Vita del Santuario > Lettere del Rettore > da Il Bimbo

Il Volto
Affacciarsi all'altro attraverso le feritoie delle rughe della vita.


Mentre ero in chiesa, un giovane ha attirato la mia attenzione.
Mi sono avvicinato per cercare di abbozzare uno scampolo di dialogo.
Gli ho chiesto di dove veniva, cosa faceva, se era un 'esploratore solitario'.
Era aperto e gioviale e dimostrava di gradire il mio interesse.
Ma quando ci siamo salutati mi ha rivolto uno sguardo che mi ha rivelato il dramma della sua vita: degli occhi molto tristi, delle rughe eloquenti.
Quello sguardo mi ha gelato dentro, come un grido di dolore.
Ma ormai era tardi. Ho avuto il tempo di stringergli forte la mano e fargli un sorriso che lui ha dimostrato di cogliere fugacemente ed è scomparso.
Quegli occhi si sono impressi in me come icona di ogni dolore e di ogni sofferenza. Mi hanno scalfito il cuore, come la spina nella carne del dolore del mondo.
Ci sono attimi che hanno lo spessore dell'eternità, in cui si spalancano universi di gioia e di dolore e l'altro si rivela nella sua nudità e verità.
Dice un proverbio: 'Se, di ognun, l'interno affanno si leggesse in fronte scritto, quanti mai, che invidia fanno, ci farebbero pietà'!
Quel giovane mi ha ricordato che bisogna essere più attenti e meno superficiali nell'incontro con l'altro e mi ha reso consapevole che mi capita spesso di cogliere, in tanti, le stigmate del dolore.
Il non chiudere gli occhi davanti ad esse, il non lasciarmele sfuggire è la sfida di quegli occhi per il mio futuro.
Penso che questa attitudine di spirito, tutta da acquisire, è l'espressione di una serenità di fondo che scaturisce dal lasciarsi guardare negli occhi dal Signore Gesù.
Meravigliosa questa immagine della preghiera: prestare a Dio i propri occhi perché vi contempli il Suo volto riflesso, come in uno specchio di acqua limpida.
E puntare gli occhi nei Suoi, con la spontaneità di un bambino che sa osare e volgersi in alto.
La nostra vita spirituale è scandita da questa doppia dimensione: essere visti e vedere.
Dovremmo chiederci se per noi Dio ha occhi. Se li abbiamo individuato e se vi siamo giunti. O se anche Dio è una realtà senza precisi contorni.
Se noi abbiamo occhi aperti per Dio o se trova in noi infissi rigorosamente sprangati per paura di invadenze esterne.
Poter guardare una persona negli occhi è un gran privilegio perché tanti sfuggono, la loro figura resta qualcosa di indefinito ed opaco per i più.
A quanti, veramente intimi, concediamo di entrare attraverso gli occhi nel santuario segreto del nostro vero io?
In Missione, osservando il manifesto pubblicitario di un grosso personaggio politico, ho notato qualcosa che non mi convinceva. Alla fine ho capito: Non aveva occhi. Sembrava un alieno!
Gli occhi, definiti 'la finestra dell'anima' dovrebbero darci sempre un incontro di verità e di bellezza; mostrarci il panorama sconfinato della vita e dell'anima dell'altro; rivelarci la sua profondità di vedute; darci sicurezza e presentarci la sua vita e i suoi valori.
Chi non ha occhi è assorbito completamente in se stesso, vive per se stesso, non può giungere a Dio e all'altro.
Dovremo trovare un supplemento di occhi, come dimensione e attività spirituale. Essere desti e vegliare, come ci dice Gesù.
Ogni uomo può essere il Signore, emarginato, sofferente, solo, incompreso, che cammina in mezzo a noi.
In un aeroporto, o in una stazione di metrò, trovi migliaia di ombre che si muovono. Chi sono? Dove vanno? Cosa portano nel cuore? Lì l'uomo non ha nome, non ha volto, non ha passato, presente e futuro.
Una suora molto anziana mi diceva che, incontrando persone pensierose e tristi, trovava il modo per intavolare un dialogo, col chiedere l'ora o domandando informazioni sui luoghi o sulle fermate dell'autobus.
Sarebbe tragico se anche in chiesa regnasse l'anonimato. Se ogni persona non fosse colta per la sua originalità e il suo dono; non si sentisse accolta come se fosse unica e raggiunta personalmente dalla Parola.
Purtroppo a volte potrebbe essere più facile raggiungere un altro pianeta che il profondo del cuore di chi ci sta accanto.
Bisogna avere antenne per cogliere i vissuti dell'altro. Coltivare una sensibilità raffinata che ci faccia giungere fino al suo cuore e dare vita alle sue ossa inaridite.


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