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IL RITORNO

Vita del Santuario > Lettere del Rettore

Il ritorno

Mi leverò e andrò da mio padre (Lc 15,18)


Di fronte all'immobilismo di tanti cristiani che nella fede cercano sicurezza e hanno paura di ogni pur minimo cambiamento, contempliamo il ritorno come vera dimensione della fede e nel ritorno scopriamo il movimento, il cambiamento, il partire da posizioni acquisite per abbracciare l'ignoto di Dio.
La fede è rottura di ogni stabilità e di ogni conquista umana.
Non è una sistemazione del cuore, dei sentimenti, delle passioni ma è la scossa perenne di tutte le dimensioni dell'essere.
Niente è sicuro e garantito nella fede tranne Dio.
Nessuno è arrivato, nessuno può fermarsi, nessuno può dire basta ma tutti sentiamo dentro di noi una spinta perenne che rompe ogni nostro immobilismo e pigrizia, per proiettarci verso le braccia di Dio che ci sembrano vicine ma si fa difficoltà a raggiungere.
Il ritorno ci fa pensare al figliol prodigo, ai suoi panni laceri e sudici, ai parassiti che porta addosso, alle sue carni emaciate.
Non è solo sconfitta e frutto di una perdita ma è soprattutto una conquista, un aver trovato una via di fuga, una uscita di sicurezza, dopo essersi smarriti nel labirinto infinito della vita.
È percepire un tenue raggio di luce dopo aver vagato nella notte.
È l'esplodere della speranza, il distogliere lo sguardo da se stessi, per proiettarlo verso un volto ormai lontano e distante, sfocato nei suoi contorni nella nostra memoria. Un volto perduto che ci dona una tensione interiore che ci rimette in cammino e ci fa ritrovare la speranza.
La speranza e il cammino ridonano, man mano, i contorni precisi al volto del Padre fino alla gioia dell'incontro.
Il ritorno è sorgente di gioia: Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore(Sl 122, 1).


Ci allarga il cuore e rompe ogni tristezza.
Senza la speranza e la gioia il ritorno è solo frutto di freddo calcolo e non cambia la vita ma ristagna e congela i sentimenti.
Ci si apre alla speranza e alla gioia, passo dopo passo, perché ci si sente sempre più lontani dal passato da dimenticare e sempre più vicini alla novità del futuro.
La vita spirituale è ritorno nel perdere se stessi nella proiezione verso l'altro e verso l'alto nella voglia di cambiamento: Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.(Mt 19, 29)
La confessione è il momento più caratteristico del ritorno, intessuto di speranza e di gioia.
Ma ogni incontro con Dio è ritorno, ogni volta che preghiamo, che andiamo in chiesa, che apriamo il Vangelo.
Ogni attimo di apertura a Dio è un ritorno, ogni incontro che non ci può lasciare come prima.
Dobbiamo prepararci alla novità di Dio che desidera creare cose nuove: Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa.(Is 43, 17 19)
Mi esalta pensare alla fede in questo modo, alla luce di Gesù risorto che ricrea in noi nuovi cieli e nuove terre.
Alla fede come distacco, salto, rottura, come un continuo voltare le spalle a se stessi e al proprio passato e peccato.
Ed è entusiasmante convincerci che c'è sempre per tutti, in qualsiasi momento, una possibilità di ritorno.
C'è sempre un volto, un cuore e due braccia di Padre che ci attendono e ci accolgono.
Ci chiama "vergini" anche quando siamo di ritorno dall'ennesima prostituzione nel corpo e nello spirito e nel cuore. In questo, Dio è veramente Dio, cioè l'unico capace di fare le "cose nuove". Perché non m'importa che Lui faccia i cieli e la terra nuovi, e più necessario che faccia "nuovi" i nostri cuori. (Carlo Carretto)


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