Menu principale:
Vita del Santuario > Lettere del Rettore > Da la cetra al le scarpe del Giubileo
Il male
Tu fai tacere il fragore del mare, il fragore dei suoi flutti, tu plachi il tumulto dei popoli.(Sl 65, 8)
Sono stato a trovare un uomo giovane, gravemente ammalato. Faceva fatica a parlare. Si esprimeva con gli occhi, con uno sguardo smarrito e implorante che chiedeva risposte a domande appena abbozzate con l'espressione del viso ma chiarissime a tutti.
Esprimeva una sofferenza e una domanda silenziosa che urlava prepotente nel cuore e mi ha seguito ostinata anche nella notte.
Ci sono linguaggi universali, profondi e ricchissimi di contenuto che tutti riescono a cogliere anche i bambini.
Il dolore che inquietudine, che linguaggio! Più è silenzioso e più perfora i timpani del cuore ed è violento nell'interrogarci, nel metterci con le spalle al muro e nello zittirci.
È lo spessore profondo dell'uomo, l'interiorità dell'umano, la ricchezza dell'essere.
Non c'è nulla di più umano del dolore.
E ci si interroga: come uomo di fede cosa posso dire, cosa posso fare per questa persona, che poteri ho sulla sua sofferenza, che aiuto posso offrire a questa creatura e a questa famiglia?
Se quel dolore ci fa stare male, ci coinvolge, vuol dire che è più grande di un semplice dolore personale.
È un dolore aperto, allargato, che spazia e si diffonde.
È un dolore dell'uomo più che di quell'uomo.
Se la notte non riusciamo a far finta di niente, se l'indomani siamo ancora toccati,vuol dire che tutta l'umanità sta soffrendo in quell'uomo, le doglie del parto per la nascita di un uomo vero.
Forse quell'uomo porta in sé, come Gesù sulla Croce, tutte le sofferenze del mondo, concentrate in sé.
Ha forse una maggiore capacità di calamitare il dolore e ne prende su di sé quello che è suo e quello che è degli altri.
Forse è carico anche del dolore che è mio, che tocca a me, si fa capro espiatorio, agnello innocente che non rigetta il dolore in faccia al mondo ma lo prende tutto su di sé.
Il dolore è di tutti come dovrebbero essere anche le gioie.
Tutto ciò che è di un uomo è di tutti gli uomini.
Quando la malattia ha percorsi, sviluppi, sbocchi irrazionali, iter particolarmente veloci e imprevedibili, gioca sempre di anticipo; reagisce alle cure con ulteriori assalti e fa trovare sempre impreparati e sprovvisti i medici e i parenti che si chiedono se oltre alla malattia non ci sia dell'altro.
E le domande per un credente si fanno ancora più impegnative e scomode.
Come quella che hanno posto a Gesù: chi ha peccato, lui o i suoi genitori? (Gv 8, 2), o è l'espressione del peccato del mondo?
Sfiorato, ferito dalle domande del silenzio e del dolore - dopo aver tentato di orientare il malato sulle braccia di Gesù: sia fatta la tua volontà e averlo spronato a reagire con tutte le sue forze - mi sono ripagato facendogli anch'io una domanda.
Gli ho chiesto: hai fiducia nella tua guarigione?
Mi ha risposto con un sorriso e mi ha detto: come potrei non averla?
Mi ha allargato il cuore e mi ha aiutato a sentirmi profondamente uomo e a rapportarmi col dolore in maniera umana.
Menu di sezione: