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Il cuore

Vita del Santuario > Lettere del Rettore

Il cuore
Sonnecchiare sul suo Cuore, vicinissimo al suo volto, ecco il mio Cielo! (Teresa di Lisieux)


Ogni buon cristiano ha il cuore trafitto dalla sofferenza degli altri.
Soffre per ciò che vede e sente, per il disorientamento e lo sbandamento del quale è testimone.
A volte una piena di guai e sofferenze trova eco in noi e ci giunge dalla voce degli amici, dei credenti, di persone che chiedono aiuto.
Il telefono si presta anch'esso a fare da alveo al dolore umano.
A volte il nostro cuore è pieno fino all'orlo di ciò che viviamo direttamente o indirettamente.
Una persona amica era angosciata per delle situazioni di bisogno che avevano chiesto il suo appoggio e il suo sostegno.
Le dicevo che non serviva viverle in quel modo, e che se ogni sofferenza che bussa al nostro cuore dovesse angosciarci, sarebbe la fine.
Mi sono chiesto: cosa fare, dove riporre i pesi che le persone depongono nel nostro cuore, come alleggerirsi e trovare sollievo e ho concluso: che il miglior luogo ove poggiarli è il cuore di Cristo.
Nella fede dovremmo fare il passaggio dal nostro cuore, angusto e incapace, alle sconfinate misure del cuore di Cristo.
Oppure prendere in prestito il Suo cuore e tenerli in noi, come se stessero nel Suo cuore, assumere i Suoi sentimenti: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2, 5).
Guai a noi e sfortunati coloro che ci affidano i loro affanni se li teniamo con noi, pretendendo di poterli risolvere e alleggerire da soli, se pensiamo di poter bastare e rispondere sufficientemente.
Quei pesi ci farebbero scoppiare e impazzire e gli altri non ne trarrebbero alcun beneficio.
Dovremmo essere dei messaggeri, dei corrieri che vanno verso un'unica direzione: il cuore di Cristo.
Trasformarci in intercessori, come Mosé sul monte e dare una risposta adeguata in termini di fede, di fiducia, di affidamento, proporzionati e adeguati al bisogno.
Non c'è dolore, ingiustizia, malvagità che non possa avere una risposta nella preghiera e questa dovrebbe essere come un grimaldello che solleva il mondo, lo capovolge, lo trasforma e rinnova.
La forza della 'disperazione' ci deve proiettare violentemente sul monte al cospetto del fuoco divino, per riscaldare i nostri e gli altrui cuori assiderati.
Il male e il dolore dovrebbero suscitare un sussulto di coscienza, di ribellione morale in ogni vero credente.
Non si può stare a guardare la piena ma bisogna gettarvisi per aprire le chiuse con tutta la nostra fede. In questo modo non ci ingolfiamo, non ci lasciamo appesantire, manteniamo la pace, non siamo mai saturi e soprattutto leghiamo la sofferenza alla potenza di Cristo.
È un dono immenso mantenere la pace, certamente non per indifferenza, freddezza o distanza.
Le persone vengono a noi perché non sanno andare direttamente al Suo cuore e sanno che da noi a Cristo la strada è più breve che da loro a Lui.
Noi invece spesso siamo più pronti a credere in Gesù perdente, crocifisso, dovremmo sviluppare la fede in Gesù medico, liberatore, redentore, aggrapparci alla Sua potenza, alla Sua forza che fa tremare i demoni e sconfigge la morte, la Sua e la nostra morte. Non solo la morte fisica ma soprattutto quella morale e spirituale.
Dovremmo scoprire la potenza e la forza della Resurrezione che si impone gloriosa sul male come energia di trasformazione delle realtà terrene, credere veramente che Gesù è risorto.
Il Vangelo, infatti, non si diffonde soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo e con profonda convinzione (Cf. Tess. 1, 5)
È potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede. (Cfr. Rom 1, 16)
Avendo ricevuto in noi la parola divina della predicazione, l'avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete. (Tess. 2, 13).
Egli lo ha promesso: Io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo … Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti (Ger. 1, 18 - 19).
Dovremmo esercitarci nella fede in Gesù come Colui che non si arrende al male ma lo corrode dal di dentro con la forza della vita.
Sarebbe ideale se le distanze fra noi e Lui si riducessero fino quasi a scomparire, in modo che chi giunge a noi, giunga a Cristo, chi vede noi veda Cristo, chi parla con noi percepisca di essere ascoltato da Dio, in noi raggiunga e si senta raggiunto da Dio, realizzare insomma quanto Paolo potè affermare di sé: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. (Gal 2, 20)
Dobbiamo rallegrarci con quelli che sono nella gioia, piangere con quelli che sono nel pianto. (Rom 12, 15), portate i pesi gli uni degli altri (Gal 6, 2).
Gli altri non hanno bisogno della nostra angoscia ma di riposare in noi, nel nostro ascolto, di dissolvere i loro drammi nella nostra pace, di trovare la pace del cuore di Gesù.


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