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Il carcere

Vita del Santuario > Lettere del Rettore > da Il Bimbo

Un carcerato d'eccezione*
La verità vi farà liberi (Gv 8,32)


Quando passo accanto al carcere della mia città e noto i panni stesi alle sbarre delle finestre, mi ricordo che quel lugubre edificio è un contenitore di persone, un concentrato di sofferenza, un vulcano di ribellione in ebollizione.
Mi ricordo che anche Gesù è stato in carcere, forse in una cella di isolamento. È sceso negli abissi della solitudine amara più buia, della lontananza dagli uomini e dagli affetti. Ha mangiato il pane dell'incomprensione e del tradimento.
Il Padre Anton Luli, gesuita albanese, veterano di persecuzione comunista, racconta nei suoi scritti: "Nel 1979 fui arrestato per la seconda volta … Mi fecero entrare attraverso una porta. Quando la chiusero, ebbi l'impressione di essere sepolto in fondo alla terra per la tristezza che provavo, ma in quel momento sentii una straordinaria presenza del Signore". Racconta inoltre che il suo 'abitacolo' era un 'cesso' ove poteva stare solo in piedi, sopra gli escrementi di coloro che l'avevano preceduto. Quella porta se l'era sentita sbattuta in faccia come una pietra tombale.
Deve essere tremendo l'effetto di quella porta sbattuta in faccia, ci si deve sentire davvero come dice la Scrittura un essere disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia … (Is 53, 3)
Nel carcere ci sono due eccessi: l'isolamento che fa impazzire per le domande che rendono eterno il tempo e la promiscuità, vivere nel mucchio, nella privazione di spazio e di tempo, con compagnie forzate e sgradite, che non permettono di trovare pace e vivere in pace.
Gettati nel tumulto, nel caos di persone incontinenti per la droga, che non sanno parlare la tua lingua, che non hanno igiene, valori, rispetto, orari e ritmi, come nell'arena di un circo o in un serraglio.
Lì, senza una propria dimensione, i propri ritmi di vita, la privacy, senza alcun rispetto del valore della persona umana, ci si può domandare col salmista: che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? (Sl 8, 5)
Un mio amico che faceva volontariato nel carcere mi raccontava che, nell'afa dell'estate, aveva trovato un grosso personaggio politico, di famiglia e di cultura molto elevata, - erano i tempi di tangentopoli - in canottiera, che dava la caccia ai topi nella sua cella.

* In questo periodo si scrive e si parla tanto del carcere. Un amico mi ha chiesto una riflessione per un suo libro. La condivido con Voi, insieme a una reazione a caldo. Come cristiani non possiamo far finta di nulla.



In Albania ho visitato il carcere di Burrel del tempo del regime comunista e ho visto cose che non ho visto neanche ad Auschwitz. In quella cloaca tanti cristiani e tanti preti sono marciti per diventare pane genuino per la Messa.
Di fronte a tutte le cose brutte che ci dicono del carcere e della vita inumana dei carcerati, mi conforta il pensiero che Gesù c'è stato, si è caricato, ha fatta sua l'abiezione del mondo carcerario, è sceso a portare luce negli angoli più bui della terra.
A un carcerato consiglierei perciò di cercare i segni della Sua presenza fra le mura del carcere, le tracce dei Suoi piedi, delle Sue lacrime e del sangue, delle Sue ferite e, nei momenti di silenzio ascoltare l'eco della Sua Preghiera. Il canto della Sua speranza inossidabile, l'offerta del Suo calice amaro al Padre.
Cercare la Sua compagnia, il Suo conforto, la Sua consolazione, la Sua mano sulla spalla e la Sua voce soave che dice: Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e anche ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa. (Is 41, 10)
Penso che ci siano poche altre vie d'uscita interiore e spirituale per farsi liberi mentre si è reclusi.
Chi crede e vuole trovare una dimensione di vita può sublimare tutto-come cercavano di vivere diversi carcerati 'convertiti', sparsi per l'Italia - nel vedere la cella del carcere come la propria cella 'monastica' della ricerca di sé e di Dio. Vedere il rapporto con i superiori come l' esercizio di un'obbedienza religiosa e il rapporto con gli altri come un campo ove coltivare il buon seme della carità. Come ci sprona San Paolo: qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini. (Col 3, 23)
È l'unico modo per essere fuori mentre si è dentro,in alto mentre si è in basso, in un altro mondo mentre si vive nel più oscuro angolo della terra.

E' molto bella questa riflessione ... ma ai carcerati chi porta il Signore? A quei poveri cristi soli e reietti anche fuori da quelle mura che mai hanno sentito parlare di carità, speranza, fede... Li puniamo giustamente e severamente, ma poi li lasciamo marcire uno sull'altro come scarti dell'umanità. Il fratello di una collega è in carcere ... tutti i giorni ne raccolgo il pianto disperato, tutti i sabati in cui lo va a trovare scopre una violenza taciuta. Perché non siamo coraggiosamente anche noi lì dentro a farci coprire d'insulti, ma a portare la Voce di Cristo, unica voce degna di essere ascoltata. Voce che libera l'uomo dall'errore, ne fa un salvato sempre e ci fa dire: " ... anche se tuo padre e tua madre ti abbandonassero ... io sono con te tutti i giorni della tua vita." Punire è facile ... perdonare molto meno. Se il Signore fosse punitivo come lo siamo noi (con gli altri ovviamente mai con noi stessi) sarebbe un inferno la nostra vita e forse saremmo già estinti. Questo suo accoglierci, amarci, lavarci le piaghe purulente ci dona oggi e sempre la speranza. Al di là delle parole spese quotidianamente sulla situazione carceraria, vorrei vedere tante mani che si "sporcano" (comprese le mie) in mezzo a tanto lordume, ma che si lavano lavando le piaghe dei fratelli reclusi. (Anna De Acutis)


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