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Vita del Santuario > Lettere del Rettore > da La Fedeltà
Gli atri del Signore
Quanta sete sull'orlo di questo calice!!!(Mazzolari)
Ci sono santuari ove le persone vanno a piedi per le montagne, camminando per più giorni e più notti. Ci ricordano i pellegrinaggi degli ebrei che si recavano al tempio di Gerusalemme e arrivavano particolarmente stanchi e felici.
La loro bramosia e il loro incontro col Tempio ci ha dato pagine altissime di lode. Penso al primo impatto, allo shok del primo incontro, della prima visione da lontano, all'esultanza di poter vedere, toccare, sentire, gustare…
L'anima mia languisce e brama gli atri del Signore (Sl 84, 3). Ci sono tre realtà. La prima è l'anima, il recipiente, il contenitore vuoto, la terra arida e arsa della fine di una estate torrida.
Poi c'è il bramare, l'anelare, lo spasimare, il desiderare. L'anima è fatta per l'acqua, è una cisterna vuota e la reclama come un animale assetato che corre da ogni parte per cercare l'acqua.
Gli atri l' incantano, sono la parte che si vede e si incontra arrivando da lontano, il luogo del primo incontro e del primo contatto.
Il salmista non chiede di incontrare l'altare, il sancta santorum ma si accontenta degli atri, dei luoghi esterni, anche solo di un contatto periferico purché tocchi la realtà sacra, le pietre ultime della casa del Signore. Quegli atri ci dicono tanto e ci edificano.
Non si tratta di ingordigia delle cose sante, di voler tutto e subito come i bambini, di non accontentarsi ma di avere qualcosa da Dio, di avere a che fare con Lui, anche solo di toccare il lembo del suo mantello.
Chi è più fortunato poggia il capo sul petto del Signore e riposa nel Suo cuore ma noi ci accontentiamo di un contatto fugace, furtivo, purché sia un contatto col Signore che sia capace di riattivare il nostro cuore bloccato.
Non sono degno che Tu entri nella mia casa ma dì soltanto una parola, purché parli Tu, purché la tua salvezza mi raggiunga.
Non siamo mistici, né asceti ma abbiamo fame e cerchiamo i Suoi atri, l'atmosfera della sua presenza, i luoghi ove Lui abita. Non possediamo la preghiera ma cerchiamo gli atri della preghiera, del raccoglimento, dell'incontro con Dio, anche la periferia, gli echi lontani, un assaggio della preghiera, l'odore, come chi gode di sostare sulla soglia dei ristoranti per assaporare i buoni odori.
Saremo capaci di trasformarci in spigolatori, di andare a raccogliere le spighe rimaste, dimenticate della preghiera.
Così anche per il silenzio del cuore, saremo capaci di andarlo ad odorare, a carpire nei luoghi del silenzio, anche da lontano, dagli atri, perché qualcosa di Lui arrivi anche a noi.
Gli atri della pace del cuore, della riconciliazione interiore, del portare tutto in Dio, di trasformare tutto in preghiera.
Non siamo capaci di contenere tutto, come il terreno arido di fronte alle grandi piogge ma possiamo accogliere una leggera pioggerellina, un anticipo, un assaggio delle cose di Dio. Ci limitiamo a restare negli atri di dove si coglie l'eco lontana. Ci basta quello, come il pubblicano che resta in fondo al tempio, purché respiriamo Dio e in Dio.
Quando si è fatto un lungo e faticoso cammino per giungere in un luogo bello e desiderato, quando si giunge non si ha tanto spasimo di entrare, visitare e vedere tutto. Ci si riempie gli occhi dell'esterno, della prima immagine e quasi si è sazi e appagati di essere finalmente giunti.
Si giunge, a volte, esausti, distrutti, con le ginocchia ferite perché pur di giungere abbiamo affrontato fatiche e cadute, per il desiderio di arrivare fino a Dio.
Come i profughi del Kosovo che pur di vedere e di giungere ai confini, per liberarsi dall'inseguitore, si riducevano in maniera pietosa.
Perciò l'anima mia si accontenta degli atri della casa del Signore, come Mosè che vede solo da lontano la terra promessa. Sarebbe già un dono troppo grande!
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