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Vita del Santuario > Lettere del Rettore > da La corda e il secchio
Domande e denari
I morsi e i rimorsi della Passione del Signore
Restiamo stupiti della Parola di Dio che è il centro della Settimana Santa, nella quale, per due volte, (Domenica delle Palme e Venerdì Santo), leggiamo comunitariamente il racconto della Passione del Signore. Naturalmente non basta. Ci è richiesto di leggerli e rileggerli, meditarli, masticarli, sottolinearli, rimeditarli, pregarli anche in privato, in famiglia e nel silenzio. È il miglior modo di vivere la Settimana Santa: portare la Parola di Dio nella nostra esistenza e lasciarsi scalfire da essa. È anche il miglior modo di preparasi alla Pasqua e di approfondire la nostra conoscenza del mistero del Signore Gesù, per amarlo in maniera più motivata e coinvolta.
Due cose mi colpiscono principalmente, leggendo il racconto della Passione secondo Matteo e le letture della Domenica delle Palme: le domande, le tantissime domande e quei denari sbattuti in faccia a tutti, nel tempio.
Ci sono innanzitutto tante domande su Gesù che coinvolgono e provocano anche noi: Chi è costui?... Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?... È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce?... Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?... Di questi due chi volete che io rimetta in libertà, per voi?... Ma allora che farò di Gesù, chiamato Cristo?... Ma che male ha fatto?
Ci sono domande rivolte a Gesù: Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?... Sono forse io, Signore?... Rabbì, sono forse io?... Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?... Ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio… Fa il profeta per noi, o Cristo! Chi è che ti ha colpito?... Sei tu il re dei Giudei?... Non senti quante testimonianze portano contro di te?
C'è una domanda di Gesù al Padre: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? Domanda di uno spessore infinito che - anche se non letta in senso letterale - non finisce di sconvolgerci e metterci in crisi.
Ci sono domande di Gesù: Così non siete capaci di vegliare con me un'ora sola?... O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli?... Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?
Siamo attraversati da una raffica di domande incrociate che sfidano e attraversano il nostro spirito. La Settimana Santa ci aiuti a lasciarci sfiorare per provare a dare a qualcuna di esse qualche risposta personale.
Un altro elemento che ci provoca e sconvolge è il rimorso di Giuda.
Il rimorso è la più profonda vendetta e il peggior castigo perché penetra nelle fibre più intime. Il colpevole se lo trova dentro, non se lo scrolla di dosso facilmente ma deve confrontarsi e fare i conti con esso. È educativo e curativo, può produrre frutti buoni di giustizia e di pace. Non si subisce dall'esterno, non giunge addosso da altri ma scaturisce dalla più profonda sensibilità, dalla delicatezza della coscienza, dall'umanità più vera e genuina. Ungaretti lo descrive con parole scultoree: "Questa notte la mia coscienza urlerà come un latrato di cani".
Ogni gesto di ripicca e di vendetta può provocare, motivare e incattivire ulteriormente l'altra parte e creare una reazione a catena. Per il nemico bisogna chiedere al Signore il dono del santo rimorso.
Giuda e Pietro lo provano in maniera atroce.
Pietro riesce a smaltirlo nel pianto e nel pentimento. Giuda vi brucia dentro, senza trovare via di uscita: Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente. Ma compie due gesti forti per far rimbalzare il suo dramma e la colpa nelle coscienze di coloro che tirano la pietra e nascondono la mano.
Si suicida. Il suo corpo appeso è un'accusa e un peso per persone di coscienza leggera: A noi che importa? Pensaci Tu.
Getta le monete d'argento nel tempio, per far emergere prepotente il lordume, la corruzione, di quelli del sacro e del tempio. Compie un processo lampo senza possibilità di difesa e di appello. Quei soldi sono una condanna e una vergogna, il prezzo della vita di un Dio e dell'acquisto di una coscienza che non si fa anestetizzare ma scoppia di rimorso. Con quel gesto crea imbarazzo e fastidio. I capi dei sacerdoti si debbono abbassare a raccoglierle, non ritengono che sia lecito metterle nel tesoro perché le giudicano prezzo di sangue, e sono costretti a tenere consiglio sul da farsi.
Nel mio sognare mi piacerebbe vedere tanti che decidono di non farsi più comprare e anestetizzare, gettare i soldi della dannazione; la Pasqua come l'esplosione dei sepolcri delle coscienze, per contemplare il volto del Risorto; le chiese, luogo del risveglio e della riscoperta della coscienza, ove si compiono gesti eclatanti di rottura con il male giustificato, divenuto spiegabile, ordinario e feriale.
( Don Carmelo La Rosa)
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