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Vita del Santuario > Lettere del Rettore > da La Fedeltà
Le braccia alzate
Per sollevare e sostenere il mondo
Mentre pregavo mi è venuta in mente un'immagine eloquente della preghiera: le mensole dei balconi di certi palazzi antichi. Sono sculture molto geniali di leoni, grifoni, cavalli in corsa … Le più interessanti sono le cariatidi, raffigurano persone con le braccia alzate che sostengono i balconi.
Mi richiamano le braccia alzate del Crocifisso, un voler quasi sollevare la propria e l'altrui realtà umana fino al Padre.
A vederli ti fanno pena, sempre lì sotto, schiacciati dall'immane peso.
Sono l'immagine del credente e dell'uomo di preghiera che deve sollevare e sostenere il mondo e del suo donarsi per la vita del mondo. (Gv 6, 51)
Archimede aveva chiesto un punto di appoggio per sollevare il mondo.
Gandhj diceva di fermare la bomba atomica con un atto di preghiera.
Per Gesù solo con un granellino di fede potremmo spostare le montagne.
Noi credenti dovremmo ritrovare e riscoprire la nostra vocazione. Penso che per tanti di noi, in certi momenti, il nostro posto è stare lì, sotto i pesi del mondo, con la spalla sotto la croce del fratello, per alleggerirgli la fatica.
Meraviglioso il suggerimento del suocero a Mosè: Tu stà davanti a Dio in nome del popolo e presenta le questioni a Dio. (Es 18, 19)
Stare lì e far nostre le sofferenze di chi ci chiede aiuto e sostegno e di chi non ci chiede niente e ci crede colpevoli di tutto.
Stare lì a dare una risposta concreta e una sfida al male del mondo.
Stare lì, sommersi anche noi dai nostri pesi, a far comunione e a trovare sostegno da un Altro che di pesi se ne intende, è maestro di sollevamento pesi.
Stare lì a presentare a Lui le ingiustizie con le quali dobbiamo frequentemente confrontarci.
Stiamo lì, sostenuti da tutti gli oranti del mondo, stretti in cordata.
Stiamo lì, fermi a sfidare il turbinio e il vortice del mondo.
Stiamo lì, a cogliere la provocazione delle pietre. La gente corre affannata e agitata ma le pietre sono sempre lì a sostenere il balcone e ci provocano dicendoci che si può servire il mondo anche stando fermi, dandosi una calmata; anche da lì, immobili, si assolve una funzione indispensabile.
Generazioni e generazioni di persone si fermano a guardare quell'immagine di fatica ma gli uomini passano e muoiono e le cariatidi sono sempre lì ad attendere che altre generazioni colgano il loro messaggio.
Se quelle pietre, si sfaldassero o cedessero, sarebbe il crollo, come è successo durante la festa di S. Agata, a Catania, in cui dei balconi hanno ceduto, sovraccarichi di persone affacciate a contemplare la processione.
Se cedono, se si fermano gli oranti, il mondo perde l'anima, la dinamis, l'energia, il fuoco interno che lo tiene in vita e lo sostiene.
Un po' come le braccia alzate di Mosè. (cf Es.17,11). Guai ad abbassarle perché altrimenti è la tracimazione della forza e la sconfitta.
Stiamo lì, quando non sappiamo dare risposte alle domande del mondo.
Quando ci sentiamo impotenti e incapaci, pungolati dallo scotto terribile dello scontro col male.
Quando ci sentiamo esseri insignificanti, di fronte al gigante del male, stiamo lì, come il profeta David, con la nostra indivisibile e sperimentata fionda e la pietruzza della preghiera.
Stiamo lì quando viviamo lo scotto di dover frequentare uffici ove non si eccelle per spirito di 'beneficenza' e lo facciamo comunque senza pensare che non ne valga la pena perché sappiamo che: Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli (Sl 116, 15).
Quello scomparire, quel servire, quel disperdesi nella terra del chicco di grano, quel soccombere apparente di fronte alle prepotenze, alle aggressioni e alle cattiverie del mondo; quel farsi strumento di contraddizione: quell'abbracciare la propria croce; quel dire: non sia fatta la mia, ma la tua volontà (Lc 22, 43) è ciò che salverà il mondo!
Se stiamo lì nel solco della storia, nei tracciati del mondo, nel marcire dentro e non nel salvarsi, fuori, da soli; se stiamo lì con tutti i pesi che abbiamo nel cuore, con tutto ciò che comprime i nostri polmoni e restringe le nostre vene, perché Lui ci ha detto: Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero (Mt 11, 28 - 30) sperimentiamo che è vero.
Ed è dolce stare lì, con Lui, perché ti toglie ogni peso e lo fa Suo, esperienza dolcissima che ci rende agili, liberi e gioiosi.
Lo facciamo perché siamo certi che siamo più utili al mondo nella sosta, dinanzi al Creatore che a giocare a fare noi i salvatori del mondo.